giovedì 27 giugno 2019

58^ BIENNALE ARTE VENEZIA in Mnemosine

58^ BIENNALE ARTE VENEZIA
ARSENALE  
Dall’11 maggio al 24 novembre 2019
J. ANDRIANOMEARISOA  “HO DIMENTICATO  LA NOTTE”
Joel Andrianomearisoa, nato in Madagascar nel 1977, è un  artista malgascio   impegnato  per lo sviluppo culturale e artistico del  suo Stato. Ha frequentato inizialmente  la scuola di disegno del suo paese  e in seguito  si è recato in Francia alla Special School of Architecture di Parigi. Qui si laurea  nel 2005  in architettura con  un progetto  inedito grafico e tessile. Nel corso della sua carriera  espone  lavori  presso importanti istituzioni culturali internazionali come Hamburger Bahnhof a Berlino, Smithsonian a Washington, Centre Pompidou a Parigi. Le opere  di Joel Andrianomearisoa sono state realizzate con  diversi mezzi e materiali: tessuti, carta, legno, minerali o da oggetti  impensati, ma con un profondo significato simbolico. Al padiglione dell’Arsenale  l’artista  esprime  il senso del dramma per mezzo  di fogli di carta nera che  scendono a pioggia dal soffitto. Questo artista  rappresenta  una modalità  comunicativa  nuova nata ed evolutasi in un territorio artisticamente  trascurato.  In tal senso la presenza per la prima volta  del Madagascar alla Biennale di Venezia  permette di conoscere e comprendere  la potenzialità dell'arte malgascia. Da rilevare che  la partecipazione  di quest’isola africana  a Venezia  si deve al Gruppo Filatex che  grazie al Fondo per  la Cultura si è posto l’obiettivo di  far conoscere l’arte e la cultura  del Madagascar in quanto  la sinergia arte-cultura  costituisce un punto di forza  per un vero sviluppo. Emanuela Prudenziato


700 VENEZIANO Padova, Pontificia Basilica del Santo – Biblioteca Antoniana in Mnemosine

700 VENEZIANO   
Opere dalla Collezione Gallo Fine Art
Padova, Pontificia Basilica del Santo –
Biblioteca Antoniana 15 giugno - 6 luglio 2019
Mostra curata da  Fabrizio Magoni
Momento della presentazione della mostra con i curatori
700 VENEZIANO

L’esposizione è collocata in uno spazio solitamente dedicato alla ricerca storica e frequentato da studiosi. Si tratta di un luogo a stretto contatto con la realtà conventuale francescana, ma ciò non desta più di tanto stupore in quanto, da sempre, la Chiesa si è occupata di cultura a più ampio spettro. Le opere esposte fanno parte di una  collezione privata che ha una collocazione storica particolare: il 700 Veneziano. Il secolo dei lumi: quadri che rivelano sintonia con la cultura, la mentalità, la filosofia del tempo e l’aggettivo veneziano, un riferimento alla Serenissima, con la sua posizione peculiare nella politica, nell’espressione artistica settecentesca. Testimonianze significative di tale periodo, per citarne solo alcune, sono: Rosalba Carriera, ( veneta, nativa di Loreo) Luca Carlevarijs, Giambattista Piazzetta, Giuseppe Zais, Maestro del Ridotto,  ( Interessante l’opera di quest’ultimo artista, poiché ricorda  lo stile e le tematiche affrontate da Longhi)  Lorenzo Tiepolo, Ciardi, Guardi.
Pastello di Rosalba Carriera
"CORONELLI  E  IL  SUO  TEMPO "



Nella sala della Biblioteca Antoniana  è presente anche la mostra “Coronelli e il suo tempo” curata dal Direttore della Biblioteca Padre Alberto Fanton e dal Dott. Alessandro Borgato consulente della Veneranda Arca del Santo per la Pontificia  Biblioteca Antoniana. L’argomento dell’esposizione, in contemporanea con il 700, riguarda l’ambito geografico e cartografico. Sono presenti due globi: uno dedicato al cosmo, alla sua rappresentazione collegata alle conoscenze del tempo, un misto fra astronomia e astrologia, ed un altro  raffigurante la superficie terrestre. L’autore Vincenzo Coronelli,veneziano, (1650-1718) era un frate francescano, cosmografo ufficiale di Venezia, fondatore dell’Accademia degli Argonauti. Alcune sue opere sono: l’Atlante Veneto, L’isolano, Corso di geografia. Interessanti rappresentazioni del modo di allora, l’inizio di un interesse a capire, conoscere la realtà circostante nella sua interezza senza condizionamenti. Emanuela Prudenziato

58^ Biennale Arte Venezia in Mnemosine

 58^ Biennale  Arte Venezia
dall’11 maggio al 24 novembre 2019
 Arsenale 
Michael Armitage
Michael Armitage davanti a una sua opera in esposizione all'Arsenale
Michael Armitage è un  giovane artista keniano che vive tra Nairobi e Londra. I temi delle sue opere riguardano i problemi sociali e politici della società globalizzata.  Armitage  mantiene la memoria  della sua cultura  unita alle esperienze  delle contemporaneità  e sottolinea  la realtà  costituita anche da quelle problematiche sociali  spesso scomode  da rappresentare e che per questo vengono volutamente trascurate.  Il lavoro di Michael   segue  il pensiero  aristotelico  sull’importanza dell’arte (Poetica), il suo valore educativo,  morale, sociale e  per mezzo della tecnica pittorica figurativa guida l’osservatore a leggere in modo analitico e consapevole il contenuto dei suoi quadri: la verità esce  dai confini della tela. Le tele parlano di ricordi personali, di argomenti spiegati, discussi secondo un’ottica aperta alle posizioni occidentali e alle problematiche dell’est Africa  in riferimento  alla storia coloniale  e alle conseguenti responsabilità  soprattutto europee. L’artista si è formato a Londra dove ha ottenuto il BA presso la Slade School of Art nel2007 e MA alla Royal Academy nel 2010. Nelle sue opere egli crea una sincronia  fra le acquisizioni artistiche  della cultura europea e i materiali, le tecniche dell’est Africa. Il materiale usato è costituito dalla corteccia dell’albero lugubo. La scelta rispecchia  il pensiero dell’autore: l’arte non è una riproduzione fine a se stessa, ma riflessione critica, qualcosa di scomodo, non lineare;  come la superficie  della tela è  “imperfetta” così la realtà. L’Africa ha, mantiene  la sua identità pur nel confronto non sempre felice con il resto del mondo. Emanuela Prudenziato
Michael Armitage davanti a una sua opera in esposizione all'Arsenale

martedì 18 giugno 2019

Né Altra Né Questa La sfida al Labirinto in Mnemosine

Né Altra Né Questa    La sfida al Labirinto

Padiglione Italia Arsenale. 58^ Biennale Arte 2019
Venezia 11.05-24.11.2019
Né Altra Né Questa    La sfida al Labirinto
A cura di  Milovan  Farronato
Da sempre il termine labirinto, coniato dai Greci per definire l’architettura cretese, ha rappresentato una sfida  in termini reali e psicologici; l’intrico di sentieri ripreso dai giardinieri italiani per  la realizzazione  di  elaborati, ordinati giardini per il divertimento dei signori  di ville palladiane tra 400-500 a rappresentare la capacità umana di saper risolvere enigmi, problemi matematici, il gusto dell’inatteso, dell’originale, imprevisto. Nel tempo il concetto e la realizzazione del labirinto sono diventati parte integrante dell’esistere quotidiano; ci si perde, ma si può ritrovare la strada giusta, si può costruire qualcosa di nuovo, di sconosciuto. Così Venezia è la concretizzazione architettonica del labirinto che nei secoli ha affascinato e ispirato l'immaginazione di notevoli personalità, tra i quali è degno di essere riportato in questo contesto, Italo Calvino, uno dei più grandi labirintologi contemporanei a detta del matematico Pierre Rosenstiehl. “Venezia, indiscusso centro cartografico del Rinascimento, viene descritta da Calvino come un luogo in cui le carte geografiche sono sempre da rifare dato che i limiti tra terra e acqua cambiano continuamente, rendendo gli spazi di questa città dominati da incertezza e variabilità.” Enrico David (Ancona, 1966), Chiara Fumai (Roma, 1978 - Bari, 2017) e Liliana Moro (Milano, 1961)  significativi artisti italiani interpretano il pensiero di Calvino in "La sfida al labirinto", saggio del 1962, a cui Né altra Né questa si ispira. L’idea della mancanza di punti fermi nella  nostra esistenza viene  visualizzata  da Calvino attraverso l’elaborazione della metafora del labirinto:  tutto ciò che ci circonda  sembra  un intrico  indecifrabile in realtà  è costruito secondo un criterio ben preciso. Allo stesso modo Né Altra Né Questa  propone  una tipologia espositiva di libera interpretazione da parte dello spettatore che diventa parte attiva del percorso nel momento in cui  valuta, decide  senza problemi  la sua osservazione  della mostra; non esiste  l’itinerario corretto o sbagliato, il visitatore interpreta, valuta il suo viaggio all’interno dello spazio espositivo proposto.  Emanuela Prudenziato


Il senso dell'infinito secondo Impero Nigiani in Mnemosine

Il senso dell’infinito
secondo

Impero Nigiani
dal  08/06/19  al 25/06/19 allo Studio Arte Mosè 
Una mostra straordinaria, tematica, itinerante. Prima tappa a Rovigo allo Studio Arte Mosè, con inaugurazione sabato 8 giugno alle ore 18; in settembre a Firenze e a Novembre si stabilisce a Recanati. E’ lo sposalizio artistico tra Impero Nigiani e Giacomo Leopardi; il dipinto si unisce alla poesia: un ponte tra la pittura colta e i versi eruditi. Il senso dell’infinito è un corpus di quindici lavori ad olio, otto disegni e cinque incisioni. Impegnativo nel dispendio temporale, ma assai più complesso sotto il profilo contenutistico, che offre un ampio apporto didattico oltre la notevole valenza artistica. Con questa produzione Nigiani ritorna a sommare qualità di gusto e conoscenza dell’argomento trattato; esibisce la freschezza tonale e il tratteggio deciso nella grafica come all’epoca della sua illustrazione-interpretazione dei testi di Dante, di Ovidio e recentemente di Cervantes. Impero Nigiani, nato a Incisa Valdarno nel 1937, vive a Firenze. L’incessante attività artistica annovera numerose personali, innumerevoli collettive e presenza delle sue opere in prestigiosi musei nazionali, europei e mondiali. Giorgio di Genova lo inserisce nella “Storia dell’arte italiana del ‘900”. Aderisce al Manifesto artistico “Foto di gruppo” presentato da Pier Carlo Santini. Nella mostra di Via Fiume apre la scena sul “natio borgo selvaggio” dove la torre antica è unica eccezione coeva al poeta nel paesaggio volutamente contemporaneo. L’ermo colle, piantumato di vigneti e girasoli, ha una sorprendente attualità con un’urbanizzazione linda, lineare; in primo piano il piccolo Giacomo, ritratto con sorprendente ironia coi boccoli e abbigliamento del ventennio nel dì della festa, svela “un non so che di sospiroso e serio”, profetizzando un’esistenza melanconica, priva di sollazzo e riso, dedita principalmente alla cultura. Esaustiva è l’interpretazione della fornita biblioteca leopardiana, rifugio e galera. Nigiani fa spiccare il clima museale dello studiolo con le sudate carte sul tavolo, i libri dei classici-latini greci, l’austerità dei luoghi e l’opprimente senso di costrizione. Il verone del paterno ostello è aperto al perpetuo canto di Teresa Fattorini; Nigiani interpreta eccezionalmente gli umori del poeta, anche nelle pulsioni amorose con l’infatuazione per Aspasia. In mostra: opere dalle quali si evince l’erudizione di Nigiani per il periodo storico in cui visse il grande recanatese, per i protagonisti della cultura e della politica. La Natura e la luna sono le costanti nei dipinti del fiorentino allo scopo di sottolineare alcuni dei peculiari elementi fondanti della poetica di Giacomo. La rassegna chiude con l’olio Oggi; un epilogo che sottolinea l’odierna mentalità refrattaria alle spinte emozionali della poesia: la luna che rischiara due baldi giovanotti “fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua”. Queste opere di Nigiani, raffinate nell’esecuzione, incisive nel realismo seducente della narrazione, sono cariche di trasporto emotivo proprio quello che dà il senso dell’infinito. La rassegna, a ingresso libero, sarà visitabile: dal 08 al 25 giugno 2019 tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30 [V.B.]
L'artista Impero Nigiani

PADIGLIONE DEL PERÙ 58^ esposizione internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia 2019 in Mnemosine

PADIGLIONE DEL PERÙ

58^ esposizione internazionale d'Arte - 
La Biennale di Venezia 2019. 11 maggio-24 novembre 2019
Trans Tropicalia di Christian Bendayàn
Curatore del padiglione del Perù alla Biennale 2019 di Venezia è Gustavo Buntinx a presentare l'opera dell'artista Christian Bendayàn. La proposta fu vincitrice nel concorso pubblico nazionale promosso lo scorso anno (2018) dal Patronato Cultural del Perù e supportato dal Ministerio de Cultura. "Indios antropófagos" è essenzialmente un paradosso: “un'esplorazione post-concettuale del travolgente impatto sensoriale della cultura amazzonica su certi orizzonti (neo) barocchi dell'arte peruviana”. Christian Bendayàn è uno dei protagonisti nell’interpretazione dell’occidentalizzazione della cultura tropicale. Dalle sue opere attiva nello spettatore le pulsioni anticonvenzionali; una messa in scena delle ambiguità interpretative sui nativi della jungla amazzonica. Questi furono troppo esotizzati nel ventesimo secolo dalla pubblicità occidentale e nella fattispecie dalle cartoline che davano risalto ad aspetti tali da far scaturire fantasie libidiche. La esasperata proiezione di Bendayàn, secondo quanto era nell’inconscio dell’occidente, fa dell’ingenuità dei nativi dell’Amazzonia un'operazione resa ad alterare i parametri della realtà. Le cartoline dei primi anni del Novecento, secondo l’ottica ancora coloniale, in cui si esacerbava la diversità del primitivo, coprivano con vestiti stratagemma, ali di farfalla, i nudi; altre invece rendevano erotica l'immagine dei corpi con tatuaggi o pittoriche decorazioni corporali. Lo Stato, correo della falsa interpretazione dell’identità di un popolo, con la moraleggiante incursione civilizzatrice, dava un travestitismo ambiguo. Bendayàn acuisce l’interpretazione civilizzatrice e moraleggiante  ponendo il paradosso: fa dei segni distintivi il simbolo di un'identità capace di compiere una metamorfosi: l’indigeno si esibisce come donna-trans, in posa di sensuale adescatrice; l’innocenza reinterpretata secondo l’ottica maliziosa, consumistica, imperialista dell’Occidente. Bendayàn, nella scelta tecnico-comunicativa usa un terzo travestitismo: un transgender storico, urbanistico, la narrazione sulle piastrelle di ceramica. Queste, importate dall'Europa durante la Belle Époque per il loro utilizzo come rivestimento architettonico, rendono esplicita la narrazione ambigua. Bendayàn trasfigura le illusioni di modernizzazione nella loro materialità più pura: piastrelle colorate fanno da sostegno ad allegorie deliranti e monumentali. Nel contesto del padiglione peruviano gli “indiani antropofagi” sono una 'tribù di cannibali' travestiti nel balletto, sfarfallio, edonistico, in cui vengono parodiate le ingerenze culturali degli anni venti occidentali. Significativo il connubio citazionistico tra Otto Michael, un entomologo tedesco e le Trans Tropicalia, ambigue farfalle. La finzione, indubbiamente correlata al vero, tra natura e cultura, incentiva l’artista Bendayàn a formalizzare metafore. La spettacolare rassegna è visitabile nel Pad. Perù,  Arsenale di Venezia, fino al 24 novembre 2019. [Vincenzo Baratella] 


mercoledì 27 marzo 2019

Giostre a Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019 in Mnemosine


Giostre a Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019
Inaugurata a Palazzo Roverella la mostra “Giostre,storie immagini giochi”. L'esposizione rimarrà aperta dal 23 marzo 2019 al 30 giugno 2019. La curatrice è stata Roberta Valtorta; Alessia Vedova ha illustrato le tappe salienti della rassegna. A seguire Mario Finazzi, occupatosi dell'aspetto artistico-pittorico nella mostra del Roverella, esibisce alcuni pittori che hanno interpretato la tematica: Campigli, Balla, Pisa, Berruti, Ventura. Presente alla vernice è stato Stephen Wilks che ha realizzato “Donkey Roundabout", una giostra metaforica, costituita da asini con riferimenti alla letteratura latina: Apuleio, L'asino d'oro, inglese Shakespeare, Bottom ( nome dell’asino) da "Sogno di una notte di mezza estate" e non ultimo alle vicende contemporanei dei migranti. Non manca l'analisi della condizione umana, l'uomo con la testa da morto che ha sulle spalle l'asino: la reminiscenza medievale della danza macabra (di vita-morte, soprattutto la morte come riferimento costante dell'esistenza umana). Altre tematiche della mostra riguardano il tempo, la macchina, il movimento il tutto correlato da scatti fotografici, in particolare sono da notare le opere di Paolo Gioli un'interpretazione del movimento esteriore ed interiore dell'uomo. La giostra spettacolo popolare appartiene alla fantasia, alla felicità di bimbi, ma anche di persone adulte memori dei momenti spensierati dell'illusione, del gioco. Il gioco da sempre specchio delle situazioni di vita. Nell'attività ludica vi sono i ruoli, i momenti più importanti dell'esistenza umana. Pinocchio lavora per sostenere il padre e gira in tondo il bindolo per macinare; ancora una volta il ripetersi della fatica, simulazione del gioco e il gioco simulazione della vita. La visualizzazione, la proiezione del lavoro, della sofferenza nella dedizione a produrre qualcosa di significativo per sé e per gli altri e negli strumenti di ogni attività produttiva come il desiderio di divertimento, di qualcosa di diverso, fantastico che possa esprimere il sogno, la gioia, la contentezza nella capacità di meravigliarsi per un immaginario che si concretizza: la giostra. La giostra ha un movimento rotatorio, torna, ritorna, si ferma e ricomincia con i suoi animali di cartapesta, di legno, di vetroresina (cavalli, asini), simboli della quotidianità dell'uomo. Attraverso essi sulla giostra della vita ci incantiamo nel vedere la rappresentazione di noi stessi, delle nostre ansie, paure che allontaniamo con la fantasia, con un girotondo pieno di luci e suoni che solo una giostra può offrire. Emanuela Prudenziato©

Mario Finazzi, curatore dell'apparato pittorico
Donkey Rounddabout di Stephen Wilks