giovedì 27 febbraio 2020

Verismo maremmano nell'opera incisa di Giovanni Fattori

Verismo maremmano nell'opera incisa di Giovanni Fattori
Rovigo, Studio Arte Mosè
Dal 22 febbraio al 12 marzo 2020

Bovi al carro, incisione.

Casa bianca, olio su tavola, collezione privata
Fattori nasce e si identifica in prima istanza come pittore in continua tensione, ricerca della tecnica mai fine a se stessa; infatti dipingeva ciò che aveva osservato dal vivo e le sue opere daranno spunto all’esperienza incisoria come approfondimento della conoscenza del reale nella sua struttura spazio-temporale. Giovanni Malesci, suo allievo, è colui che opera per promuovere le incisioni di Fattori. La prima è ispirata dal dipinto “Carica di Cavalleria” del 1883 lavoro voluto dalla Società per le Belle Arti di Firenze. Nel 1884 viene realizzata una tiratura di venti litografie da parte della Cromo-Lito-Pistoiese. Quattro anni dopo nel 1888 nella Prima Esposizione di Belle Arti di Bologna ventuno fogli furono acquistati per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e altri sei fogli dal Ministero della Pubblica Istruzione. Fra le ventuno incisioni comperate a Bologna vi era “Bovi al carro” (Maremma), opera inviata in Francia all’insaputa del Maestro, dove ottiene la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi. In seguito Fattori diviene membro della Commissione artistica della calcografia di Roma fino al 1905. La sua produzione incisoria non è sistematica e non sono mai state realizzate serie numerate. Per quanto concerne la firma, questa è apposta sulla lastra o talvolta a matita o ad inchiostro sul foglio. Fattori avvicinatosi all’incisione in età matura, 55-60 anni, utilizza un piccolo torchio per verificare la validità e il risultato del proprio lavoro. Agli inizi degli anni 1880 vengono eseguite tirature più regolari su incarico dell’autore stesso che nell’ultimo decennio, ormai celebre, affida la produzione a tipografie professionali. Dopo la morte di Fattori, Giovanni Malesci, terminata la mostra con venticinque acqueforti presso la Galleria Excelsior di Parigi, stampa 164 lastre (166 fogli perché due lastre sono incise su entrambi i lati) nel 1925, centenario della nascita del Maestro. 164 lastre meglio conservate vengono scelte fra le 178 ritrovate nello studio di Fattori. Si realizzarono due tirature da 50 esemplari presso l’editore Benaglia di Firenze e successivamente le matrici furono donate al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi. Nel 1958 con il permesso di Malesci una nuova tiratura in 10 cartelle delle 164 lastre ad opera della Calcografia Nazionale di Roma per i 50 anni dalla morte di Fattori e anche di 10 lastre inedite, escluse nel 1925 perché ritenute troppo rovinate Da queste 10 matrici altra tiratura nel 1970 in 30 cartelle numerate ad opera dell’editore Vallerini di Pisa sotto il controllo della vedova Malesci, Anna Allegranza Malesci. Poi le 10  lastre furono consegnate al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi a Firenze anch’esse con il divieto di ristampa come le precedenti.  Di Fattori ci sono 174 lastre conosciute (14 in rame e 160  in zinco) per un totale di 176 incisioni (due doppie) e 8 incisioni (lastre perdute) forse stampate dallo stesso Maestro. Fattori per incidere adoperava l’ago da materassaio o il punteruolo, strumenti artigianali vicini al mondo da lui rappresentato. Le opere grafiche sono in sintonia con il pensiero verista di Fattori intento a cogliere, come nella pittura, la realtà della sua Toscana, nella fattispecie la Maremma con butteri, contadine, stradine di campagna, buoi, cavalli, soldati nell’aspetto più vero, con la fatica, il lavoro, la stanchezza. Sono icone di un realtà colta nell’autenticità in cui si accomunano gli esseri umani e gli animali in fotogrammi “leggibili” grazie alle incisioni che sono il risultato di  un insieme  di tratti intricati, che visti da vicino danno l’idea di un groviglio, qualcosa di inestricabile, difficile atto a sottolineare l’aspetto dell’esistenza umana comune con le sue contraddizioni. Lo Studio Arte Mosè espone sedici incisioni per una straordinaria rassegna unica nel suo genere per Rovigo. All’interno dell’esposizione è presente “Bovi al carro” e l’olio su tavola “casa bianca in Maremma”. ©Emanuela Prudenziato
L'ora di ricreazione

ULISSE. L'arte e il mito in Mnemosine


ULISSE. L'arte e il mito


Ritratto di Omero, tipo "ellenistico cieco"
Forlì, Musei San Domenico


Dal 15  febbraio al 21 giugno 2020
Dott.ssa Daniela Vullo, una curatrice.
Un viaggio nell'arte che ripercorre, attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: l'uomo dal "multiforme ingegno", Ulisse. All'eroe omerico è dedicata la grande mostra "ULISSE. L'arte e il mito" ospitata presso i Musei San Domenico di Forlì, dal 15 febbraio al 21 giugno 2020, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, di Gianfranco Brunelli, direttore dei progetti espositivi e del Comitato Scientifico presieduto dal professor Antonio Paolucci. Il tema indagato è quello di Ulisse e del suo mito che, da oltre tremila anni, domina la cultura dell'area mediterranea. Basti pensare a Dante nel XXVI" dell'Inferno, a Stanley Kubrick di 2001 -Odissea nello spazio, al capitano Acab di Moby Dick, alla città degli Immortali di Borges, a Tasso della Gerusalemme liberata o all’ Ulisse di Joyce. Le sale del Museo di San Domenico ospitano 250 opere tra le più significative, dall'antico al Novecento, suddivise in 16 sezioni, in un percorso che comprende pittura, scultura, miniature, mosaici, ceramiche, arazzi e opere grafiche e che si snoda attraverso i più grandi nomi di ogni epoca. A partire dall'Ulisse di Sperlonga, opera in marmo risalente al I sec d.C., immagine simbolo della grande mostra, a\\’ Afrodite Callipige dell'antichità, si possono ammirare il Concilio degli dei di Rubens, la Penelope del Beccafumi, la Circe invidiosa di Waterhouse in arrivo dall'Australia, fino a Le muse inquietanti di De Chirico, airi/tóse di Arturo Martini e al cavallo statuario di Mimmo Paladino. A segnare Vincipit del percorso artistico e museale della mostra è un ritrovamento eccezionale: la nave greca arcaica di Gela, tra le più antiche del mondo, che per la prima volta dopo il suo rinvenimento nei fondali marini di Gela. E’possibile osservare da vicino l'ossatura portante dell'imbarcazione, databile tra il VI e il V secolo a.C., rinvenuta nel 1988 nel mare di Contrada Bulala, al largo di Gela, a cinque metri di profondità. Le parti recuperate raggiungono una lunghezza massima di 17 metri e una larghezza massima di 4,30. Sono arrivati fino a noi la ruota di poppa, il paramezzale e i madieri. Del carico rinvenuto fanno parte anche un cesto di vimini e un tripode in bronzo. Siamo, dunque, in presenza di uno dei più emblematici ritrovamenti subacquei del patrimonio archeologico del Mediterraneo Antico che ci consente di conoscere non solo le caratteristiche dell'imbarcazione, ma la storia stessa della navigazione e le tecniche di costruzione navale impiegate dalle maestranze greche. All'ingresso della mostra, il grande cavallo di Troia che campeggia sul piazzale antistante i Musei, potente icona evocativa e simbolica delle vicende dell'eroe omerico. L'opera intende essere una riproposizione in chiave contemporanea del tema della rassegna e un riconoscimento "pop" del mito di Ulisse. Le opere presenti nella rassegna sono collegate al personaggio Ulisse, ma ancor di più, nell’analizzare il contesto storico, mitologico è facile dedurre che in fondo il discorso appartiene all’essere umano, parla della condizione umana, delle sue potenzialità, fragilità, comportamenti, punti di forza; caratteristiche evidenziate in Ulisse, immagine di eroe, di uomo con responsabilità politiche,pubbliche e sentimenti che testimoniano legami affettivi. La sua esperienza è la nostra nel bene e nel male,l’intelligenza, l’arguzia, la scaltrezza sono elementi che fanno emergere l’identità della condizione umana con pregi e difetti; capace di azioni nobili, eroiche e d’inganni, se necessario, per salvare la vita a sé e al prossimo. 
Benes Knupfer, Sirena

Cesare Viazzi, Le sirene

venerdì 31 gennaio 2020

'900 italiano, un secolo di arte in mnemosine

900 italiano, un secolo di arte
Padova, Museo Eremitani dal 1 febbraio al 10 maggio 2020

da sinistra: F. Villanti, A.  Colasio,  M.T. Benedetti

Il Museo Eremitani ospita dal 1° febbraio al 10 maggio 2020 la mostra '900 Italiano. Un secolo di arte, organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Padova in collaborazione con C.O.R, Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia. Nelle intenzioni delle curatrici, Maria Teresa Benedetti e Francesca Villanti, la rassegna padovana vuole raccontare "una storia" del Novecento italiano, una delle sue possibili letture, e lo fa in novanta opere. Il Novecento fluisce nei corsi e ricorsi artistici, nei repentini cambi di generazioni e mentalità pittoriche, scanditi dai rintocchi della Storia. La mostra riflette le contraddizioni, le discontinuità e le intersecazioni di correnti che hanno caratterizzato il XX secolo. Il '900 Italiano ricostruisce cronologicamente un secolo d'arte attraverso una selezione di capolavori. Un nucleo di opere di alto valore che, come sostiene la curatrice Benedetti, c’è un incipit intorno alle opere di Balla , Severini e Boccioni con un divisionismo schietto e a seguire il divulgatore Marinetti con gli anni subito dopo la prima guerra mondiale con il ritorno all’ordine proposto da Carrà e le successive tematiche, sempre secondo Benedetti, che palesano l’ironia, lo spirito sarcastico come si evince dall’opera i “Gladiatori” di De Chirico e “L’isola dei giocattoli” di Savinio. Non manca la Scuola romana con Maffai e Scipione, pregevole rapporto con la classicità.In mostra una singolare metafisica  di Casorati  fino a seguire la trasformazione dal realismo all’astrattismo di Capogrossi. Donghi, Pirandello, Guttuso riportano a quel realismo necessario per gli anni della trasformazione. Non mancano le esperienze spaziali nel taglio di Fontana e di Burri come sacerdote di povertà nel sacco saio. La mostra è una narrazione di un 900 inquieto e fecondo capace di rinnovare stimoli e interpretazioni fino alle sperimentazioni del gruppo N. In altre parole è una intersecazione, un interscambio di vedute che solo l’arte può esprimere. Il Novecento tra modernità ed eredità del passato: il Realismo magico di Giorgio Morandi e Carlo Carrà approda a un silenzio contemplativo sui segni nascosti dell'ordinario, insieme al nitore simbolico di Felice Casorati; il Primordialismo plastico assume la forma austera di un mito moderno che rievoca il Quattrocento italiano. In mostra non mancano il gruppo Forma e la Pop Art italiana, le sperimentazioni di azzeramento dell'Arte Concettuale e l'etica dell'Arte Povera, fino alla meritoria presenza delle provocazioni del padovano Gruppo Enne. Il gruppo Forma (Consagra, Dorazio, Sanfilippo,) si dichiara "marxista e formalista", rivendicando il valore dell'astrazione che il Partito Comunista condannava in quanto incapace di rappresentare le istanze popolari. Tra questi una voce fuori dal coro come quella di Isgrò che cancella parole. L'astrazione di Scialoja, apparentemente priva di forma, non abbandona però l'idea precisa e irrinunciabile della composizione. Schifano, Festa e Angeli sposano i contenuti della Pop art, ma non rinunciano alla pittura dimostrando così una vocazione tutta italiana. Boetti nell’allusione al ricamo orientale fa della biro ago e filo. La rassegna padovana, ancora una volta, è propositiva come lo fu in epoca recente per le proposte Ligabue e il cinema felliniano. ©Emanuela  Prudenziato
Umberto Boccioni, Ritratto di Augusta Popoff

Carlo Carrà, Cavallo e cavaliere

giovedì 30 gennaio 2020

La quercia di Dante dal 28 febbraio al 28 giugno 2020 in Mnemosine al Roncale di Rovigo


La quercia di Dante dal 28 febbraio al 28 giugno 2020 al Roncale di Rovigo
Dorè, Rauchenbergh e Brand : tre artisti per illustrare l’Inferno di Dante

e ciclo   di conferenze in occasione della mostra "la quercia di dante".
Il progetto “La quercia di Dante” vede un complesso  di iniziative collaterali al tema  atte a valorizzare e rafforzare l’aspetto culturale in una città come Rovigo coinvolgendo istituzioni locali,regionali e nazionali in occasione dei settecento anni dalla morte del sommo Poeta fiorentino. In particolare sono previste  le seguenti conferenze:
Prof. Leopoldo Benacchio "Dante guarda il cielo", giovedì 5 marzo, ore 17,30 Accademia dei Concordi. Leopoldo Benacchio è socio corrispondente dell'Accademia dei Concordi di Rovigo ed è stato professore ordinario presso l'Osservatorio Astronomico di Padova. Nella sua carriera si è dedicato alla divulgazione a tutti i livelli della scienza. Ha ricevuto numerosi premi nazionali ed internazionali; collabora con il quotidiano "II sole 24 ore" e altre riviste. La conferenza sarà incentrata sulla visione del cielo e dell'astronomia che si aveva ai tempi di Dante così come è descritta nella Divina Commedia.
Prof. Marco Santagata "La politica, l'esilio, e il 'poema sacro": come nasce un profeta", giovedì 13 marzo, ore 17,30, Palazzo Roncale Marco Santagata è uno scrittore (ha vinto numerosi premi), critico letterario e docente all'Università di Pisa, dove insegna letteratura italiana. E'uno dei massimi esperti di Dante e di Petrarca. Ha da poco pubblicato "Dante. Il romanzo della sua vita", Mondadori 2019 (una accurata biografia di Dante Alighieri).
Prof. Francesco Parisi "La fortuna di Dante nella grafica europea dal neoclassicismo agli albori del modernismo", giovedì 26 marzo, ore 17,30, Palazzo Roncale. Francesco Parisi, curatore di importanti mostre, è docente di tecniche incisorie all'Accademia di Belle Arti di Macerata. E' autore di saggi e articoli sulla storia della grafica italiana ed europea. E' anche riconosciuto come uno dei maggiori incisori italiani, ha realizzato mostre in Italia e all'estero con le sue xiligrafie.
Dott. Mauro Carrera "La Divina Commedia di Dorè. L'aldilà nell'immaginario collettivo moderno", giovedì 23 aprile, ore 17,30, Palazzo Roncale. Mauro Carrera è laureato in antropologia culturale ed estetica presso l'Università degli Studi di Perugia. Ha tenuto conferenze ed interventi presso le principali Università italiane, ha inoltre partecipato come critico e curatore a numerose mostre. E' un appassionato bibliofilo e collezionista. Sono di sua proprietà le 70 incisioni di Dorè che saranno esposte in mostra. Tra le sue pubblicazioni inerenti al tema della Divina Commedia ricordiamo la mostra "Divina Commedia. Le visioni di Dorè, Scaramuzza e Nattini" evento espositivo tenutosi alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma).
Prof. Massimo Cacciar! "Dante profeta", martedì 26 maggio ore 17,30, Palazzo Roncale Massimo Cacciari è filosofo, accademico, saggista e politico italiano. Ha ricevuto per la sua ricerca accademica 3 lauree honoris causa e numerosi riconoscimenti in Italia e all'estero.
La rassegna del Roncale, ad ingresso gratuito, scelta per incentivare l’affluenza delle scolaresche e non solo, e per promuovere il territorio, nello specifico Ariano Pol.,la località di San Basilio, sito sul quale troneggiava la famosa quercia. Da rilevare che la mostra “La quercia di Dante” riserva numerose iniziative, oltre al ciclo di conferenze sopra esposte, atte a valorizzare il territorio polesano.  E. Prudenziato

lunedì 11 novembre 2019

Mosè Baratella, centenario

Mosè Baratella, 
Pontecchio Pol. 17.11.1919, Rovigo 23.4.2004
Celebrazioni del centenario con retrospettiva allo Studio Arte Mosè di Rovigo
dal 2.11.2019 al 30.11.2019
Curatrice della rassegna Emanuela Prudenziato
 Baratella Mosè, autoritratto
MOSE’ BARATELLA: 1919
ARTISTA DEL SECOLO BREVE
Una data che a scriverla suscita il sorriso, sembra un gioco ripetere dei numeri per ottenere un effetto visivo particolare: l’uno assomiglia ad una persona ritta in piedi; i due nove ricordano i monocoli sul naso, nel vezzo austero di fin de siècle. Un’interpretazione che rimanda alle contraddizioni di due secoli: quella della nobiltà e della servitù ottocentesca contrapposta al secolo breve della borghesia e del proletariato. Nasce il 17 novembre;  importante ricordare che si tratta dell’anno subito dopo il primo conflitto mondiale, un’epoca che ha visto posizioni ideologiche scontrarsi per dare una soluzione concreta ai problemi del popolo sconfitto soprattutto dal punto di vista economico, sociale, dalla classe dirigente, da chi deteneva il potere e voleva dimostrare la propria forza e superiorità. Un discorso troppo lontano dalla realtà delle persone comuni, desiderose di avere semplicemente la possibilità di costruire il proprio avvenire in modo decoroso distaccato da velleità pindariche, rispettoso delle regole, dei diritti e dei doveri, anche se ancora definiti sudditi e non cittadini. Il pensiero della gente comune è molto chiaro e lineare perché possiede l’onestà morale (come si diceva una volta) del dire e del fare. Si tratta degli elementi che costituiscono la formazione di Mosè come uomo e come artista. Non ultimo l’approccio alle convinzioni religiose vissuto intimamente nel modo più puro: quello del Vangelo, senza ostentazione di accettazione o ricusa di nulla, ma testimoniato con la vita in modo autentico. Ha vissuto la prima giovinezza durante il fascismo e il secondo conflitto mondiale. Tutto ciò non ha condizionato la personalità e il suo pensiero; è rimasto sé stesso senza compromessi, difendendosi dalle continue vessazioni politiche con ironia, capacità e determinazione d’animo. Al termine del ventennio, nell’Italia liberata che ha visto il cambio repentino nel colore delle camicie è stato un narratore obiettivo ed imparziale dei fatti accaduti e vissuti in prima persona. Grazie alla pittura si è manifestato critico delle improvvise metamorfosi politiche e degli atteggiamenti buonisti per interesse particolare. E’ rimasto moralmente ferito per la sua coerenza, come coloro che agiscono senza secondi fini e con lealtà. Compare la simbiosi di uomo-Artista coerente, scevro da melliflui compromessi e dall’adattamento di comodo agli schieramenti; tuttavia questo modus d’integrità morale ha frenato l’ascesa al successo nei ristretti circoli cittadini e nelle conventicole. In effetti vale anche per Mosè il nemo profeta in patria; ebbe riconoscimenti e gratificazione per la sua arte in altre città. Venezia, Verona, Padova, Ferrara gli attribuirono gli onori che meritava per un’esistenza spesa interamente per l’arte. In effetti sin da bimbo il vecchio maestro Sebastiano scorse in lui un ineguagliabile talento nella pittura ed un disegno fluido e deciso. Quante madonnine fu costretto a dipingere, olio su carta, per quel benedetto maestro! Negl’anni del fascismo, dopo alcune esperienze che lo possono affiancare ai futuristi, rinnegò l’arte marinettiana avvezza al cambiamento di parte per abbracciare  il realismo accademico  con influenze dalle tematiche sociali che giungevano da oltre cortina. Gli anni sessanta lo portarono ad indagare sulla funzione della luce soprattutto nella natura morta che doveva prioritariamente far affiorare dai colori i profumi e la consistenza degli elementi rappresentati e liberò gli oggetti dalla costrizione accademica dei contorni: la luce doveva definire i corpi. La figura umana con un rigoroso studio dell’anatomia artistica  fu e rimase per sempre un altro dei soggetti preferiti; sono da menzionare gli innumerevoli ritratti, le figure negl’interni che realizzò. L’accumulo d’esperienza  sia attraverso l’esercizio quotidiano del dipingere e disegnare, sia nel raffronto con i maestri contemporanei e del passato che gustava, condivideva o dissentiva nelle superbe rassegne d’arte nazionali. Il cambiamento epocale degl’anni settanta, con le lotte studentesche, la questione operaia, i temi sociali quali il divorzio, l’aborto, fu  uno dei motivi ispiratori per una pittura fuori dagli schemi usuali  che tanto rimanda nella forma all’espressionismo  tedesco  e all’oggettività, per poi continuare fino agl’anni imminenti la morte a una figurazione personalissima. Le sue visioni del mondo possono ben dirsi anticipatrici di un globalismo in cui il nihilismo diventa motivo propulsore del dibattito sulle incertezze. Dall’osservazione delle opere, siano esse oli o grafiche, si inizia a conoscere Mosè, a dialogare, a discutere dei problemi, delle contraddizioni, dei moralismi, delle falsità perbeniste, della smania di potere, delle prevaricazioni dei diritti, dei soprusi, delle cattiverie, meschinità della vita che tutti conosciamo, ma esiste anche chi finge di non vedere. E’ proprio questo che l’Artista sottolinea, soprattutto con realizzazioni grafiche molto efficaci. Nelle opere ad olio si rilevano momenti poetici particolari. Le nature morte parlano del privato. I ritratti evidenziano il carattere e lo spirito di chi immortalava. Dai numerosissimi autoritratti, oltre un centinaio di soli oli, emerge da ognuno il carattere  in sintonia con la situazione del vissuto personale; ci sono la rabbia, la gioia, lo sbigottimento, la perplessità, la riflessione, la sofferenza all’unisono con i peculiari momenti dell’esperienza dell’artista nel suo inserimento nei contesti mutevoli della società siano essi nel costume, nelle rivolte, nei cambiamenti politici e nelle ingiustizie sociali. I paesaggi trasmettono l’atmosfera che lo ha ispirato, lo stato d’animo, ma anche la sensazione del clima (piccolo quadro di donna in piedi sulla spiaggia con asciugamano e i capelli biondi raccolti). L’uso dei colori rispecchia la personalità di Mosè, l’interpretazione di ciò che lo circonda, il senso della leggerezza di un fiore, la trasparenza di un vetro, mai convenzionale, sentita, vissuta, il profumo delle arance, il sapore del cibo in un disordine “ordinato” della quotidianità familiare, complice fonte d’ispirazione. ©Emanuela Prudenziato

Prolusione di Emanuela Prudenziato

lunedì 30 settembre 2019

GIAPPONISMO Venti d'Oriente nell'arte europea. 1860 - 1915

GIAPPONISMO
Venti d'Oriente nell'arte europea. 1860 - 1915
Rovigo, Palazzo Roverella
28 settembre 2019 - 26 gennaio 2020
Mostra a cura di Francesco Parisi
Sul finire del XIX secolo la scoperta delle arti decorative giapponesi diede una notevole scossa all'intera Arte europea. Un potente vento di rinnovamento, se non proprio un uragano, che dall'Oriente investiva modelli, consuetudini stratificate nei secoli, conducendo l'arte del Vecchio Continente verso nuove e più essenziali norme compositive fatte di sintesi e colori luminosi. La svolta avvenne quando, all'inizio degli anni '60 dell'Ottocento cominciarono a diffondersi in Europa, e principalmente in Francia, ceramiche, stampe, ed arredi da giardino dall'Impero del Sol Levante che, pochi anni addietro, nel 1853, si era aperto al resto del modo. Le prime xilografie si diffusero, dapprincipio, grazie al commercio di vasi e ceramiche, con cui questi venivano "avvolti" e "impacchettati". I preziosi fogli erano spesso i celebri manga di Hokusai o altre brillantissime stampe di Utamaro e Hiroshige che tanta influenza ebbero sugli Impressionisti, sui Nabis, fino alle Secessioni di Vienna e Monaco per concludere il loro ascendente con i bagliori della Grande Guerra trasformandosi in un più generico culto dell'oriente nel corso degli anni 20 e 30 del Novecento. La moda giapponista, esplosa attorno al 1860 e destinata a durare almeno un altro cinquantennio coinvolse dapprima la ricca borghesia internazionale, ma soprattutto due intere generazioni di artisti, letterati, musicisti e architetti, trovando via via sempre più forza con l'innesto della nascente cultura e Liberty e modernista sempre più attenta ai valori decorativi e rigorosi dell'arte giapponese. Il taglio che Francesco Parisi ha scelto per descrivere questa effervescente pagina della storia dell'arte europea e mondiale nella grande mostra "Giapponismo, Venti d'Oriente nell'arte europea. 1860 - 1915" {Rovigo, Palazzo Roverella, dal 28 settembre 2019 al 26 gennaio 2020, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l'Accademia dei Concordi) è decisamente originale mappando, per la prima volta, le tendenze giapponiste dell'Europa tra Ottocento e Novecento: dalla Germania all'Olanda, al Belgio, dalla Francia all'Austria, alla Boemia, fino all'Italia. Nelle 4 ampie sezioni in cui è dipanato il racconto, egli affianca originali e derivati, ovvero opere scelte fra quelle che giungendo dal Giappone divamparono a oggetto di passioni e di studi in Europa, accanto alle opere che di questi "reperti" evidenzino la profonda influenza. Pittura e grafica, ma anche tutto il resto, dall'architettura, alle arti applicate, all'illustrazione, ai manifesti, agli arredi. A dar conto, per la prima volta in modo organico, di quanto capillarmente e profondamente quel Giapponismo sia entrato nei corpo della vecchia Europa. Quattro sezioni, quante furono le grandi Esposizioni Universali che in quei decenni contribuirono, grazie alla presenza dei padiglioni giapponesi, a svelare ed amplificare il nuovo che giungeva da così lontano, da quel luogo misterioso e magico. Dall'esposizione londinese del 1862, dove i "prodotti" del Sol Levante debuttarono, a quelle parigine del '67 e '78, che ebbero nelle proposte il loro elemento di maggiore attrattività, fino all'esposizione del cinquantennale dell'Unità d'Italia del 1911 che ebbe una vasta influenza su molti artisti delle nuove generazioni. Accanto ai capolavori di Gauguin, Toulouse Lautrec, Van Gogh, Klimt, Moser, James Ensor, Alphonse Mucha si potranno ammirare le tendenze giapponiste nelle opere degli inglesi Albert Ivloore, Sir John Lavery e Christopher Dresser; degli italiani Giuseppe De Nittis, Galileo Chini, Plinio Nomellini, Giacomo Balla, Antonio Mancini, Antonio Fontanesi e Francesco Paolo Michetti con il suo capolavoro La raccolta delle zucche- e ancora i francesi Pierre Bonnard, Paul Ranson, Maurice Denis ed Emile Galle; i belgi Fernand Khnopff e Henry Van De Velde.     [comunicato stampa]
Francesco Parisi curatore della rassegna - Catalogo SilvanaEditoriale

lunedì 23 settembre 2019

Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa 21 settembre 2019 – 27 gennaio 2020

Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa
21 settembre 2019 – 27 gennaio 2020
A cura di Karole P. B. Vail con Gražina Subelytė
Collezione Peggy Guggenheim
Momento della conferenza stampa. Da sin. Francesca Lavazza e Karole P. B. Vail
Con la mostra Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa, a cura di Karole P. B. Vail, Direttrice della Collezione Peggy Guggenheim, con Gražina Subelytė, Assistant Curator, dal 21 settembre 2019 al 27 gennaio 2020 il museo celebra la vita veneziana della sua fondatrice, scandendo tappa dopo tappa le mostre e gli eventi che hanno segnato trent’anni trascorsi in laguna, dal 1948 al 1979. Sono esposte una sessantina di opere di artisti noti e meno noti, tra dipinti, sculture e lavori su carta, selezionate tra quelle acquisite nel corso degli anni quaranta e il 1979, anno della scomparsa di Peggy Guggenheim. E’ una opportunità di rivedere celebri capolavori come L’impero della luce (L’Empire des lumières) di René Magritte e Studio per scimpanzé (Study for Chimpanzee) di Francis Bacon, accanto ad opere raramente esposte, come Autunno a Courgeron (L'Automne à Courgeron) di René Brô, Serendipity 2 di Gwyther Irwin, e ancora Sopra il bianco (Above the White),di Kenzo Okada e Deriva No 2 .(Drifting No. 2) di Tomonori Toyofuku. Le sale di Palazzo Venier dei Leoni ospiteranno la maggior parte delle opere acquistate tra il 1938, quando a Londra Peggy apre la sua prima galleria Guggenheim Jeune, e il 1947, anno in cui si stabilisce a Venezia, un’occasione per vedere esposta quasi nella sua totale interezza la storica collezione, inclusi capolavori come Scatola in una valigia (Boîte-en-Valise), realizzata da Marcel Duchamp nel 1941 proprio per Peggy. Nel 1948 Peggy Guggenheim viene invitata a esporre la sua collezione alla XXIV Biennale di Venezia: è la prima presentazione della collezione in Europa dopo la chiusura della galleria-museo newyorkese Art of This Century e il trasferimento in Italia. Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa si apre con un omaggio a questo evento divenuto epocale: i lavori allora esposti negli spazi del padiglione della Grecia furono i più contemporanei di tutta la Biennale, soprattutto per la presenza di opere dell’Espressionismo astratto americano e il debutto in Europa di Jackson Pollock. Ad aprire il percorso espositivo saranno dunque proprio le opere di Arshile Gorky, Robert Motherwell, Mark Rothko e Clyfford Still.
 Una doverosa citazione della prima mostra di scultura contemporanea che Peggy Guggenheim organizza a Palazzo Venier dei Leoni nel settembre del 1949, di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario, in cui esposeTesta e conchiglia (Tête et coquille) di Jean Arp,  Uccello nello spazio (L'Oiseaudans l'Espace) di Constantin Brancusi, Piazza di Alberto Giacometti. La seconda fase del collezionismo della mecenate è rappresentato da una serie di lavori di artisti italiani attivi alla fine degli anni ’40: Edmondo Bacci, Piero Dorazio, Tancredi Parmeggiani, Giuseppe Santomaso ed Emilio Vedova. Nel corso degli anni ’50 Peggy Guggenheim sviluppa interesse per l’arte del gruppo CoBrA, con artisti di Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam, da cui l’acronimo: Pierre Alechinsky, Karel Appel,e Asger Jorn, appartenenti al gruppo, accanto agli inglesi Kenneth Armitage, Francis Bacon, Alan Davie, Henry Moore, Ben Nicholson, Graham Sutherland. L’esposizione include un focus sull’Arte cinetica e Op art, genere che interessò particolarmente Peggy Guggenheim nel corso degli anni ’60, con i lavori di Marina Apollonio, Alberto Biasi, Martha Boto, Franco Costalonga, Heinz Mack, Manfredo Massironi e Victor Vasarely. Tutti utilizzarono forme geometriche, strutture e materiali industriali per creare effetti ottici e illusioni percettive, sfruttando le proprietà trasparenti e riflettenti di materiali quali l’alluminio, la plastica, il vetro, per dare ai propri “oggetti” un aspetto volutamente “spersonalizzante” in contrasto con l’emotivo linguaggio visivo dell’Espressionismo astratto. Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa è corredata da una pubblicazione sull’intero percorso di Peggy quale collezionista, mecenate e gallerista, dagli esordi londinesi della galleria Guggenheim Jeune, al capitolo newyorkese di Art of This Century e l’incontro con Jackson Pollock, la Biennale del 1948, e il ruolo che ebbe nell’esistenza della collezione di Palazzo Venier dei Leoni. Il volume, a cura di Karole P. B. Vail con Vivien Greene è una coedizione di Collezione Peggy Guggenheim e Marsilio Editori. La mostra rientra nell’ampio programma di celebrazioni con cui quest’anno il museo rende omaggio a un doppio anniversario: i 70 anni dal trasferimento a Palazzo Venier dei Leoni di Peggy Guggenheim e dalla prima mostra qui realizzata e i 40 anni dalla sua scomparsa. Peggy Guggenheim. L’ultima Dogaressa è realizzata grazie al sostegno di Lavazza in qualità di Global Partner della Fondazione Solomon R. Guggenheim.  Foto soggette a ©.