mercoledì 27 febbraio 2019

Canaletto & Venezia Palazzo Ducale – Venezia – Dal 23 febbraio al 9 giugno 2019 in Mnemosine

Canaletto & Venezia

Palazzo Ducale – Venezia – Dal 23 febbraio al 9 giugno 2019
Canaletto, La Chiesa e la Scuola della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vidal

Eccezionali sinergie, collaborazioni italiane, europee ed internazionali per la straordinaria mostra Canaletto & Venezia. Canaletto è il minuzioso narratore della Venezia del Settecento. Le sue vedute mostrano nei minimi particolari la città d'acqua, superba nel manifestarsi nella grandiosità scenografica. Giovanni Antonio Canal detto Canaletto (Venezia 1697 – 1768) proviene da una famiglia di artisti. Il padre Bernardo e il fratello Cristoforo erano pittori di scenografie, con loro nei teatri veneziani il giovane Antonio fa le sue prime esperienze con colori e scenari, con il padre va a Roma. Tornato nella città natale Canaletto inizia un'intensa attività paesaggistica e la bravura giustifica il successo. Il vedutismo nasce nei primi anni del Secolo, con la pubblicazione nel 1703 della raccolta di oltre 100 incisioni intitolata “Le fabbriche e vedute di Venezia disegnate, poste in prospettiva et intagliate da Luca Carlevarijs”, l'artista che in seguito Canaletto superò nel mondo della committenza. L’incontro e sodalizio con il banchiere Joseph Smith è fondamentale per Canaletto. Smith avvia il veneziano nel panorama artistico internazionale. In questo caso è quasi doverosa una comparazione con Antonio Canova; anch’egli ebbe commissioni in Europa e in America (cito la statua a George Washington, purtroppo distrutta in seguito ad un incendio). Nei salotti di Joseph Smith, e quindi di Canaletto, gravitano diverse personalità che trattano di palladianesimo internazionale, di battaglie illuministe, di filosofia sperimentale. Canaletto vive la stagione dell’illuminismo e si arricchisce di sperimentazioni visive scientifiche per la definizione delle immagini. Venezia nel Settecento è attraversata da contraddizioni complesse. Nonostante abbia perso il monopolio nel Mediterraneo è uno dei centri più cosmopoliti del tempo, vissuta e attraversata da colti mercanti e raffinati collezionisti, libertini (meritevole di menzione Casanova) e viaggiatori stranieri, la Repubblica di Venezia è ancora uno stato importante dell’Italia, all’epoca ancora frazionata. Subisce la stagione delle guerre europee per le successioni e le rivoluzioni; in primis quella del carbone nel Regno Unito e quasi contemporanea la rivoluzione sociale in Francia nel 1789. In questo clima di apparente decadenza le famiglie della nobiltà veneziana dispongono ancora di ingenti ricchezze. Venezia vive quindi l’ultima grandiosa stagione dell’arte, del lusso e delle contraddizioni. A tal proposito significative due opere: “La chiesa e la scuola della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vidal” di Canaletto e “Concerto da camera” IV e V di Marco Ricci. Canaletto va al di là della vedutistica nel focalizzare scene di vita quotidiana del popolo, del terzo stato per dirla alla francese, con il pollo e la filatrice alle finestre e le occupazioni lavorative del proletariato. Sebastiano Ricci invece sostiene i salotti nobili con le relative ostentazioni di una superiorità esistenziale, tra ambiguità e perpetuazione dell’iter esistenziale senza spinte innovative; in effetti nella melensa atmosfera del concerto campeggia la figura di Nicola Grimaldi, il Nicolini con la corpulenta stazza del castrato, come simbolo di una società gaudente, ma in fase decadente. Nel maggio del 1746, a quarantanove anni, Canaletto va a Londra e nonostante le rivalità con i pittori inglesi guadagna da numerose commissioni; una cinquantina di grandi vedute sono la testimonianza del periodo londinese. Rimane in Inghilterra fino al 1755. Rientra definitivamente a Venezia nel 1760 e ivi muore otto anni dopo. La rassegna di Palazzo Ducale ha messo in relazione le opere di Canaletto con quelle degli altri maestri della scuola veneziana. Proprio Tiepolo, contemporaneo di Antonio Canal è l'autore della tela che accoglie il visitatore nella prima sala e rappresenta il Nettuno che offre i doni del mare all'allegoria di Venezia. Il percorso espositivo dà risalto ai fatti e alle immagini, identificabili nella comparazione attuale, scandisce la storia dell'arte in laguna durante tutto il Settecento attraverso la grande pittura, il disegno, l'incisione, le arti decorative, le porcellane. Francesco Guardi e Pietro Longhi spostano lo sguardo sulla città godereccia e carnevalesca. Pastelli di Rosalba Carriera marcano la fisiognomica in due ritratti dalla ostentata nobiltà inglese quasi contrapposti alla ricamatrice e pittrice Giulia Lana ritratta da Giambattista Piazzetta. A Palazzo Ducale sono esposte 25 opere di Canaletto, con alcuni pezzi mai visti a Venezia e prestiti di grande valore da parte di prestigiose collezioni private inglesi. Attorno a queste, un intenso allestimento in 11 sale comprende altri 80 quadri e venti sculture, oltre a una corposa presenza di incisioni e disegni e alla straordinaria esposizione di porcellane, per un totale di oltre 270 pezzi. La porcellana, segreto della Cina per molto tempo, nel Settecento viene riprodotta in Europa secondo lo spirito del rococò con le sue linee aeree, agili, impossibili con altri materiali. Bellotto e Guardi corredano la mostra di preziose immagini della città lagunare. A Venezia nasce l'Accademia, in sintonia con Roma e il resto d'Europa. L’Illuminismo favorisce l’idea dell’arte neoclassica e in tale contesto emerge la figura di Antonio Canova. Nell’ultima sala a Palazzo Ducale si possono ammirare alcuni gessi e il suo bozzetto per il monumento commemorativo a Francesco Pesaro del genio di Possagno. Vincenzo Baratella©
Giambattista Tiepolo, Giove e Danae


lunedì 25 febbraio 2019

“VELE” Antologica di Luigi Marcon in Mnemosine

“VELE”
Antologica di
Luigi Marcon
allo Studio Arte Mosè di Rovigo

dal 02 al 21 marzo 2019
“VELE”
Antologica di
Luigi Marcon

a cura di Vincenzo Baratella
Studio Arte Mosè
dal 02 al 21 marzo 2019


Lo Studio Arte Mosè di Rovigo ospita l’antologica di Luigi Marcon curata da Vincenzo Baratella, amico dell’Artista. Inaugurazione sabato 02 marzo 2019 alle ore 18,00. Una trentina di opere esposte di cui una decina di incisioni e venti oli sull’ultima produzione di Marcon accumunati da affinità tematica. Vele appunto per una mostra diversa, introspettiva, per raffigurare il viaggio interiore dell’andata e del ritorno con il preciso scopo di approdare nel porto sicuro. Una riflessione sulle vele come il mezzo per affrontare il cammino dell’esistenza. Nella proiezione della metafora c’è il desiderio della narrazione del sé; “il coraggio dell’Arte” -titolo dato dall’artista alla grande rassegna dopo il rovinoso incidente in montagna- attiva il desiderio della comunicazione. Luigi Marcon nasce a Tarzo, a pochi chilometri da Vittorio Veneto, nel 1938; apprende l’arte di incidere a Venezia, prima nell’Istituto d’Arte con Dalla Zorza e Dinon, e in seguito presso il Centro Internazionale della grafica con Licata e Simon. Nella pittura e nella ceramica segue il maestro Cillo. Conobbi l’amico e Artista negli anni Ottanta nella galleria rodigina Incontro. Nel terzo millennio è iniziato un sodalizio forte con numerose rassegne presso lo Studio Arte Mosè. L’Artista  trevigiano è noto soprattutto come superlativo grafico. Qualità ineguagliabili rilevano le stampe nell’acquaforte, nell’acquatinta, nella puntasecca, nella ceramolle, in cui s’alternano velature, effetti carboncino, segni decisi quasi a matita grassa, infinitesimali tratti che solo la perizia di chi ha sperimentato e praticato l’incisione per un’intera vita sa palesare. Ha all’attivo una produzione di oltre cinquemila lastre… Ha raffigurato le montagne, i corsi d’acqua, i laghi, i mari, le colline, i paesi, le città, macchie boschive, prati, declivi, castelli e borghi d’Italia e d’Europa. Per citare solo qualche titolo di cartella: Borghi e castelli della Germania, Il virginese e le delizie estensi ferraresi, Bressanone e Novacella, I monasteri d’Italia, I laghi. Le Dolomiti. Le poste tedesche possono con orgoglio esibire un francobollo commemorativo l’ottocentesimo anno dalla fondazione della città di Landshut, assieme ad una sala museale dedicata al Nostro. In mostra allo Studio Arte Mosè, per gentile concessione, sarà esposta l’incisione originale che ha dato vita al francobollo tedesco nominato. La saletta della grafica, spazio in cui Marcon ha consacrato tempo ed energie per esporre ed insegnare l’arte della calcografia è oggigiorno un punto di riferimento, la meta per appassionati ed estimatori. Una triste virata del timone, l’infortunio, ha costretto Luigi a recuperare l’iniziale passione di gioventù: la pittura ad olio; quella che ammirai quarant’anni fa, ora perfezionata con sorprendenti risultati, dovuti alle esperienze maturate. Una ventina di opere, sotto il comune denominatore di “vele”, sfoggia porzioni di paesaggio su cui  campeggiano i corredi dei pescatori, fondamenta pei naviganti; pur nell’esecuzione in studio, gli oli sono il frutto di un incommensurabile insieme di schizzi, di appunti, di taccuini, di realizzate incisioni. In ogni quadro il riscontro fedele al vero, al paesaggio reale che Marcon ha colto durante differenti viaggi e ispirazioni. “Vele” dal tocco deciso, di getto, per marcare le sensazioni, il movimento, le geometrie ed i volumi di terre, lidi, acque, porti, ponti e chiese. E’ pennellata spedita per ostentare l’immediatezza dell’attimo vissuto con sentimento. I contrasti cromatici sono forti all’unisono con la mutevolezza degli stati d’animo. Dieci acqueforti completeranno il percorso espositivo. La mostra in via Fiume, 18 a Rovigo, con ingresso libero, sarà visitabile dal 02 al 21 marzo 2019 tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30
Luigi Marcon
incisione di Marcon, "Porta San Bartolomeo" di Rovigo
Francobollo tratto da incisione di Marcon
Vele in canale, olio di Luigi Marcon.

lunedì 18 febbraio 2019

BOLDINI e la moda ai Diamanti in Mnemosine

BOLDINI E LA MODA
FERRARA - PALAZZO DEI DIAMANTI
DAL 16 FEBBRAIO AL 2 GIUGNO 2019
Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Museo Giovanni Boldini di Ferrara, la mostra "Boldini e la moda" racconta per la prima volta la storia dell'affascinante legame che il pittore ebbe con la nascente industria del fascino e della celebrità. Frutto di un lungo studio che attraverso i documenti ha permesso la ricostruzione della fitta rete di rapporti sociali e professionali dell'artista, la rassegna mostra infatti come Boldini fu capace di farsi interprete della moda del tempo fino a giungere a influenzarne le scelte, al pari di un contemporaneo trendsetter. Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell'epoca mitica - da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode, da Consuelo Vanderbildt alla marchesa Casati - concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour. Colta inizialmente per quel suo essere quintessenza della vita moderna, elemento che lega l'opera alla contemporaneità, la moda - intesa come abito, accessorio, ma anche sofisticata espressione che trasforma il corpo in luogo del desiderio - diviene ben presto un attributo essenziale e distintivo della sua ritrattistica. Grazie ad una pittura che unisce una pennellata nervosa e dinamica all'enfatizzazione di pose manierate e sensuali volte ad esaltare tanto le silhouette dei modelli quanto le linee dei loro abiti - e con la complicità delle creazioni dei grandi couturier Worth, Doucet, Poiret e le Sorelle Callot – Boldini dà vita a una personale declinazione del ritratto di società che diviene un vero e proprio canone, modello di stile e tendenza che anticipa formule e linguaggi del cinema e della fotografia di moda del Novecento. Un percorso suggestivo composto da oltre cento opere mette insieme dunque splendidi dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei suoi colleghi Degas, Manet, Sargent, Whistler, Seurat, Blanche ed Helleu a meravigliosi abiti d'epoca, libri e oggetti preziosi. Ordinata in sezioni tematiche, ciascuna patrocinata da letterati che hanno contribuito a fare della moda un elemento fondante delle poetiche della modernità, da Charles Baudelaire a Oscar Wilde, da Marcel Proust a Gabriele D'Annunzio, la rassegna svela i suggestivi intrecci tra arte, moda e letteratura che hanno segnato la fin de siècle e, evocando la cornice di mondanità, charme e raffinatezza che fece da sfondo alla lunga carriera di Boldini, immerge il visitatore nelle atmosfere raffinate e luccicanti della metropoli francese e in tutto il suo elegante edonismo. (Comunicato Stampa e immagini ESSECI)
 

mercoledì 19 dicembre 2018

Sulle tracce di Antonio Mastropietro di Antonio Scarpone, in Mnemosine

A Rovigo, sulle tracce di Antonio Mastropietro

di Antonio Scarpone


Elio, il Direttore del nostro amato mensile, mi chiese di rintracciare l’eredità che il pittore e scultore Antonio Mastropietro aveva lasciato a Rovigo, dove era nato il 9 novembre 1948, da padre salernitano, di Controne (opera “Paesaggio del Cilento”, foto in basso), e madre leccese.
Passò un po’ di tempo allorquando io e il mio amico Francesco andammo a visitare una mostra di quadri russi ad Adria, “C’era una volta in Russia – Il Realismo Socialista nella pittura sovietica”, molto bella, praticamente la collezione privata di Vittorio Tomasin, del quale mi colpì l’enfasi, la competenza e la pazienza. Qui colsi la palla al balzo: mi decisi, quando ormai aveva esaurito tutte le spiegazioni, a chiedere se, per caso, avesse conosciuto Antonio Mastropietro. Avevo fatto subito centro! Me ne parlò benissimo e mi diede ottime indicazioni su chi avrebbe potuto darmi maggiori delucidazioni intorno alla figura di Mastropietro. Ancora una volta, però, passò del tempo prima che mi dessi da fare per colmare questo vuoto. Quando mi sono finalmente deciso a portare a termine l’impegno preso, mi sono recato da uno dei possibili informatori che mi era stato indicato, ovvero allo “Studio Arte Mosè”: qui ho incontrato il prof. Vincenzo Baratella (alla mia sinistra nella foto sotto), che era stato amico fraterno del Mastropietro, e che ha ancora ben presente la sua figura tanto da definirlo “amico fraterno” e di averne “un ottimo ricordo, amico eccezionale, che, purtroppo, Rovigo non ha più ricordato”.
Mastropietro era un artista silenzioso, non un gallerista: non amava confrontarsi”, questo anche per “il suo carattere introverso, tutt’altro che loquace, cosa che non lo portò ad avere grandi legami affettivi, al di fuori di quello quasi morboso con sua madre”. Il suo non era un caratteraccio, bensì una difficoltà alla relazione, che troviamo anche in grandi artisti che a una notevole personalità hanno affiancato tormentate vicende esistenziali, come Van Gogh e Ligabue.

Qui Vincenzo spezza, però, subito una lancia in suo favore, con un altro aneddoto che avrà una grande importanza nel saldare la loro amicizia. Tutto ruota proprio intorno a una sua opera, la “Dormiente” (sotto la foto dell’opera), che un facoltoso rodigino voleva acquistare, per la quale l’artista chiedeva un milione (c’era ancora la lira!), mentre questi gli offrì dapprima 800mila lire, quindi 600mila lire al che, stufo di tanto mercanteggiare, Mastropietro rivolgendosi a Vincenzo gli disse “portatela via tu, perché quello è un farabutto!” e da allora è l’opera della sua collezione a cui è più legato (è stata anche l’immagine di copertina del pieghevole della mostra che poi gli dedicherà), oltre a due suoi acquerelli.
Ha lavorato molto a Rovigo, dove aveva aperto il “Circolo artistico l’incontro”, poi trasformato in galleria “L’incontro”, nel Palazzo Dazi, dove sono passati grandi artisti che ancora oggi sono in voga, come il maestro Luigi Marcon, Edi Brancolini (mostre a “Casa Michelangelo” e a “Ca’ Ghironda”), Carlo Zoli (ora negli USA), Vico Calabrò (anche illustratore di testi) e Impero Nigiani. Ed è proprio in occasione dell’inaugurazione di una mostra di quest’ultimo, presso lo Studio di Vincenzo, dal titolo “Don Quijote”, una personalissima lettura dell’artista del “Don Chisciotte”, occasione in cui incontro il famoso critico d’arte Lucio Scardino, il quale mi racconta che l’artista Antonio Torresi, di Firenze, restauratore della pietra dura, fu chiamato anch’egli a Rovigo, nel 1984, dallo stesso Mastropietro, e gli aveva confidato che mai avrebbe immaginato di trovarvi un notevole fermento artistico e questo anche grazie alla galleria “L’incontro”!

Vincenzo conferma, poi, che il Mastropietro, allora, il più delle volte veniva sfruttato, tanto che in quel periodo molte sue opere le svendeva, poiché nessuno le teneva nella giusta considerazione né aveva qualcuno che lo supportasse. Eppure per tutti era il Mastro (come ricordato dalla poetessa Teresina Giuliana Pavan nella sua lirica che gli ha dedicato, poiché in lui “pulsava l’innato germe della creatività” e “un’acuta sensibilità”), il silenzioso signore della porta accanto, e, da accanito fumatore qual era, tutti lo ricordano davanti alla vetrina del suo studio (opera “Lo studio del pittore”, foto sotto).
Ha, però, vissuto anche momenti di grande gloria, come quando le sue opere sono state esposte alla Fiera Arte di Bologna. Diverse sue opere sono state esposte in entrambe le Mostre organizzate dallo stesso Mastropietro e da Vincenzo al “Salone del grano” della Camera di Commercio di Rovigo (opere di oltre 150 artisti), ma poi la Sala fu  dichiarata inagibile e, nonostante il grande successo, la Mostra non fu più riproposta.

Antonio Mastropietro si diplomò all’Istituto “Dosso Dossi” di Ferrara, ma non si specializzò mai per fare l’insegnante. Lui era nato per fare l’artista e viveva per l’arte, a cui dedicava tutto se stesso. Indefesso nonché integerrimo lavoratore, ha praticato tutte le tecniche, pur privilegiando la scultura (amava sintetizzare le figure) e qui Vincenzo racconta un aneddoto: «Quando andavamo alla fornace [a Grignano Polesine] Mastro portava le opere in argilla secca, cruda, per farla cuocere assieme ai laterizi della ditta… La cottura del biscotto (così si chiama) era la stessa sia per temperatura, sia per tempi. Lì alla ditta prelevata argilla fresca, privata da impurità, e per essere tale era stata già lavorata e trafilata, trasformata in bimattoni crudi, i mattoni da costruzione ancora da passare ai forni. La materia, argilla, non costa e gli veniva regalata. Essendo umida, fangosa, malleabile, dovevamo avvolgerla in teli o sacchi di nylon sia per non sporcare il baule, sia per mantenerla fresca da lavorare, per giorni, per mesi… è come fango, limo. Prelevare argilla e portare le opere era questo l’andare e venire. Le sculture da “cucinare” erano asciutte, il “limo” era ben secco altrimenti rischiava di rompersi ad alte temperature. Per ringraziare la ditta sia per l’argilla fresca, sia per la cottura dei lavori, Mastro donava un disegno o una scultura stessa. Era molto generoso». Le sue sculture raffigurano immagini che ricordano le opere marmoree di Henry Moore (sotto un disegno preparatorio di una sua scultura).
Animo sensibile e gentile, introverso, attore interiore, amante delle avanguardie artistiche”. L’ultimo ricordo di Vincenzo è il fatto che fu inviso a molti, tanto che soleva ripetere “Rovigo mi ha chiuso le porte, mi sento solo” tanto che morì in solitudine il 2 marzo 1996, a soli 48 anni, trovato davanti alla televisione dal nipote Eugenio Malaspina, figlio della sorella.

Il prof. Vincenzo Baratella è stato l’unico a ricordarlo nel decennale della dipartita, con una retrospettiva a lui dedicata, presso il suo Studio (nella foto sotto la prof.ssa Emanuela Prudenziato che presenta alcune opere all’inaugurazione della mostra, il 13 ottobre 2007). Negli ambienti artistici rodigini, comunque, è ancora oggi ricordato per le sue grandi qualità artistiche e questo può essere un vanto per Controne, suo paese d’origine, al quale rimase sempre legato. [Antonio Scarpone.©]



L'amore materno Verona, Palazzo della Ragione, Galleria d'Arte Moderna A. Forti in Mnemosine

L'amore materno
Verona, Palazzo della Ragione, Galleria d'Arte Moderna A. Forti

dal 7 dicembre al 10 marzo 2019
Mostra a cura di Francesca Rossi e Aurora Scotti.
Maternità è l’argomento al centro dell’esposizione visitabile ai Musei Civici di Verona negli spazi della Galleria d'Arte Moderna Achille Forti, dal 7 dicembre al 10 marzo 2019. "La mostra, curata da Francesca Rossi e Aurora Scotti - dichiara l'assessore alla Cultura  Francesca Briani -, è testimonianza dell'importante e proficua collaborazione tra i musei veronesi e i Musei Civici di Milano, il Mart di Rovereto e il Banco BPM. Inoltre, conferma l'impegno dell'amministrazione a sostenere iniziative culturali che si contraddistinguono per la rigorosa e puntuale attività di ricerca dedicata alle collezioni artistiche cittadine". A tal proposito è da ricordare “la pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”: una rassegna, fino al 5 maggio 2019, in contemporanea, negli spazi del Museo di Castelvecchio, che propone il produttivo corpus artistico della bottega di Felice Brusasorzi. “L'amore materno”, al Palazzo della Ragione, è la rassegna veronese dedicata agli esordi del Divisionismo italiano; la curatela di Francesca Rossi evidenzia uno dei periodi più creativi della storia dell'arte italiana. Il fulcro espositivo è costituito dalla “Maternità” di Gaetano Previati, un capolavoro di grande formato e fortemente evocativo legato al tema "dell'amore materno"; l’opera proviene dalle collezioni di Banco BPM. Il dipinto esposto alla prima Triennale di Brera del 1891 suscitò un vivace dibattito oltre che sulla tecnica divisionista, anche sui possibili esiti simbolici della rappresentazione. Il famoso artista-critico Vittore Grubicy, già attento sostenitore di Segantini, individuò nella tela di Previati il prototipo della pittura 'ideista'. "La tecnica divisionista elaborata da Previati nel monumentale dipinto, puntava - spiega infatti Aurora Scotti - sulla separazione delle pennellate, ma anziché tendere alla piena tersità luminosa mirava ad agire sulla sensibilità dello spettatore, coinvolgendolo nella emozione psicologica dell'evento. A questo il maestro ferrarese si era preparato con un intenso esercizio su temi che sviluppavano la 'pittura di affetti' della Scapigliatura, al fine di evocare, attraverso il ductus stesso della pennellata, uno stato d'animo. Un cardine quindi della pittura di emozione e di sentimento, con un ampio spettro di riferimenti nella tradizione pittorica medioevale e moderna". Il percorso espositivo alla Galleria d’Arte Moderna Achille Forti di Verona continua con disegni di Gaetano Previati e capolavori di Medardo Rosso, Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Umberto Boccioni, con il “Nudo di Spalle”. 
La mostra a Palazzo della Ragione, all’interno della Galleria d'Arte Moderna A. Forti, mette in vista venti opere in stretta sintonia con il percorso del museo; in effetti due opere rispettivamente “Gli amori delle anime” di Angelo Dall’Oca Bianca e “S’avanza” di Angelo Morbelli aprono il sipario sulle nuove espressioni artistiche che segneranno i diversi percorsi dell’arte del Novecento.

sabato 10 novembre 2018

George Washington e Antonio Canova. A Possagno dall’ 11 novembre al 28 aprile 2019 in Mnemosine

George Washington e Antonio Canova

A Possagno dall’ 11 novembre al 28 aprile 2019
Giunge dal museo Frick Collection di New York la mostra su Canova e George Washington e approda nella Gypsotheca e Museo Antonio Canova dall’ 11 novembre 2018 al 28 aprile 2019. L'evento è per celebrare i 200 anni dalla creazione di Antonio Canova del modello per il monumento al primo Presidente americano. Le sinergie di musei americano e canoviano hanno legittimato la mostra e onore al grande scultore italiano, primo ambasciatore per l'arte italiana negli Stati Uniti. All’artista di Possagno, assai famoso in Italia ed in Europa per la Sua bravura, fu affidato il compito di scolpire il monumento di George Washington per il Parlamento di Raleigh, nel North Carolina. La figura intera del primo Presidente doveva essere collocata nella sala del Senato, nella Carolina del Nord. Thomas Jefferson ebbe l’incarico di individuare il più idoneo tra gli scultori a portare a compimento l’ardua impresa; nel 1816 propose Antonio Canova, uno degli artisti più celebrati. Sostenendo che "Washington era un galantuomo", Antonio Canova accettò l’incarico. Nella prima sala del museo di Possagno campeggiano il disegno preparatorio e il primo bozzetto in argilla. Nella Gypsotheca si possono vedere e percorre le tappe esecutive del capolavoro meno conosciuto fra quelli eseguiti da Canova; sono quattro modelli in gesso di cui uno a grandezza naturale. Lo scultore volle rappresentare Washington come un condottiero romano. La formazione neo classica del genio di Possagno era solitamente avvezza a scolpire gli eroi e le divinità pagane greco-romane, della mitologia, nonché protagonisti coevi della storia in veste desuete. Il pensiero rimanda a Napoleone Bonaparte, nudo, come Marte; Paolina come matrona. La critica mise in luce il carattere descrittivo della scultura di Washington esemplato sulla raffigurazione dell’imperatore Claudio. Xavier F. Salomon, Curatore della Frick Collection  di NY e della mostra di Possagno, forte della documentazione e delle comparazioni, opta per una più esaustiva interpretazione. La postura del primo Presidente mentre scrive la rinuncia al terzo mandato da Presidente degli Stati Uniti per ritirarsi a vita privata è del tutto simile, nella grandezza d’animo e in nome degli ideali di libertà, a Cincinnato. Il professor Salomon afferma ancora che l’opera, scolpita a Roma ed imbarcata su di un veliero militare già sul Tevere, dopo una navigazione atlantica di mesi, giunse a destinazione nel 1821 nel Campidoglio di Raleigh tra il plauso degli americani. Un decennio più tardi un tragico incendio divampò nel palazzo del Parlamento riducendo la statua a un ammasso di frammenti. La mostra di Possagno ripercorre la storia del capolavoro perduto attraverso i bozzetti e la documentazione. Il catalogo della mostra include la trascrizione di tutta la corrispondenza relativa alla commissione, i saggi di Xavier Salomon, di Mario Guderzo e di Guido Beltramini, direttore del Palladio Museum di Vicenza che aveva a suo tempo curato la mostra su Thomas Jefferson e Palladio. La mostra Canova-George Washington, oltre ad essere evento straordinario dopo 200 anni, permette allo spettatore di visitare la casa natale di Canova e la Gypsotheca. Questa conserva un esorbitante quantitativo di opere del genio italiano. ©Vincenzo Baratella
Gypsotheca, uno dei gessi di Canova su Washington.
Salomon illustra un piccolo gesso, bozzetto, canoviano
Conferenza stampa presentazione mostra Canova e Washington, a Possagno

domenica 30 settembre 2018

COURBET E LA NATURA, Palazzo Diamanti a Ferrara in Mnemosine

COURBET  E LA NATURA
PALAZZO DEI DIAMANTI   FERRARA  

DAL 22.09.2018   AL  6.01.2019
J.G. Courbet, La quercia di Flagey o quercia di Vercingetorige

La mostra tematica inaugurata il 21 settembre  2018  al Palazzo dei Diamanti  dedicata a Courbet focalizza l’attenzione sull’interpretazione della natura da parte dell’Artista francese. Questa scelta tuttavia non fa dimenticare il pensiero critico, l’ideologia dell’autore. I paesaggi: tramonti sul lago, le sorgenti, le rupi, le scene di caccia, i boschi sono rappresentati con un realismo che mira a scoprire la forza della natura. La quercia di Flagey (località nelle vicinanze di Ornans dove la famiglia di Courbet aveva una fattoria) in un certo senso si può considerare un autoritratto interiore del pittore; la pianta è simbolo di stabilità, robustezza, imponenza, caratteristiche che si avvicinano alla personalità di Courbet: determinato, onesto, forte. Il dipinto intitolato “Quercia di Vergingetorige presso Alesia, Franca Contea” esprime la posizione politica dell’autore e l’orgoglio di essere nato nella Franca Contea in quanto si opponeva  alla tesi di Napoleone III secondo  cui la battaglia fra Galli e Romani era avvenuta in Borgogna e non nella Franca Contea. Il legame con la sua terra d’origine  viene più volte riaffermato dall’artista; i paesaggi dedicati alla Valle della Loue, a Ornans  sono una testimonianza di questo sentimento che si acuirà particolarmente durante l’esilio in Svizzera per motivi politici. Non mancano nella vita di Courbet i viaggi nel sud  della Francia qui  viene ispirato dall’atmosfera ambientale del mar Mediterraneo: La riva del mare a Palavas è un’opera che fa comprendere come l’artista si senta immerso in quel paesaggio e  riesca a interpretarne a pieno le peculiarità. Gli spostamenti di Courbet si spingono anche verso  l’Oceano Atlantico, si reca in Olanda, Germania, Svizzera ed in particolare in Belgio dove  realizza  paesaggi quali: La Mosa a Freyr, La roccia di Bayard, Dinant  luoghi che gli ricordano la sua Franca Contea. Nella sua produzione  vi sono  opere che raffigurano grotte, sorgenti  elementi naturali che più di altri per Courbet evidenziano la potenza e il mistero della natura.  L’ambiente è stato per lui una continua fonte d’ispirazione  che gli ha consentito di esprimere pienamente se stesso; durante gli anni dell’esilio in Svizzera nei pressi del lago Lemano, Courbet dipinge vedute che  fanno emergere una interpretazione  quasi romantica della natura senza per questo tradire l’impostazione realistica, ma soprattutto la sua sofferenza per essere costretto a vivere lontano dalla Francia. La mostra curata da Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher, Vincent Pomarède continuerà fino al 6 gennaio 2019. Emanuela Prudenziato
J. G. Courbet, Tramonto sul lago Lemano
J. G. Courbet, L'onda