mercoledì 19 dicembre 2018

Sulle tracce di Antonio Mastropietro di Antonio Scarpone, in Mnemosine

A Rovigo, sulle tracce di Antonio Mastropietro

di Antonio Scarpone


Elio, il Direttore del nostro amato mensile, mi chiese di rintracciare l’eredità che il pittore e scultore Antonio Mastropietro aveva lasciato a Rovigo, dove era nato il 9 novembre 1948, da padre salernitano, di Controne (opera “Paesaggio del Cilento”, foto in basso), e madre leccese.
Passò un po’ di tempo allorquando io e il mio amico Francesco andammo a visitare una mostra di quadri russi ad Adria, “C’era una volta in Russia – Il Realismo Socialista nella pittura sovietica”, molto bella, praticamente la collezione privata di Vittorio Tomasin, del quale mi colpì l’enfasi, la competenza e la pazienza. Qui colsi la palla al balzo: mi decisi, quando ormai aveva esaurito tutte le spiegazioni, a chiedere se, per caso, avesse conosciuto Antonio Mastropietro. Avevo fatto subito centro! Me ne parlò benissimo e mi diede ottime indicazioni su chi avrebbe potuto darmi maggiori delucidazioni intorno alla figura di Mastropietro. Ancora una volta, però, passò del tempo prima che mi dessi da fare per colmare questo vuoto. Quando mi sono finalmente deciso a portare a termine l’impegno preso, mi sono recato da uno dei possibili informatori che mi era stato indicato, ovvero allo “Studio Arte Mosè”: qui ho incontrato il prof. Vincenzo Baratella (alla mia sinistra nella foto sotto), che era stato amico fraterno del Mastropietro, e che ha ancora ben presente la sua figura tanto da definirlo “amico fraterno” e di averne “un ottimo ricordo, amico eccezionale, che, purtroppo, Rovigo non ha più ricordato”.
Mastropietro era un artista silenzioso, non un gallerista: non amava confrontarsi”, questo anche per “il suo carattere introverso, tutt’altro che loquace, cosa che non lo portò ad avere grandi legami affettivi, al di fuori di quello quasi morboso con sua madre”. Il suo non era un caratteraccio, bensì una difficoltà alla relazione, che troviamo anche in grandi artisti che a una notevole personalità hanno affiancato tormentate vicende esistenziali, come Van Gogh e Ligabue.

Qui Vincenzo spezza, però, subito una lancia in suo favore, con un altro aneddoto che avrà una grande importanza nel saldare la loro amicizia. Tutto ruota proprio intorno a una sua opera, la “Dormiente” (sotto la foto dell’opera), che un facoltoso rodigino voleva acquistare, per la quale l’artista chiedeva un milione (c’era ancora la lira!), mentre questi gli offrì dapprima 800mila lire, quindi 600mila lire al che, stufo di tanto mercanteggiare, Mastropietro rivolgendosi a Vincenzo gli disse “portatela via tu, perché quello è un farabutto!” e da allora è l’opera della sua collezione a cui è più legato (è stata anche l’immagine di copertina del pieghevole della mostra che poi gli dedicherà), oltre a due suoi acquerelli.
Ha lavorato molto a Rovigo, dove aveva aperto il “Circolo artistico l’incontro”, poi trasformato in galleria “L’incontro”, nel Palazzo Dazi, dove sono passati grandi artisti che ancora oggi sono in voga, come il maestro Luigi Marcon, Edi Brancolini (mostre a “Casa Michelangelo” e a “Ca’ Ghironda”), Carlo Zoli (ora negli USA), Vico Calabrò (anche illustratore di testi) e Impero Nigiani. Ed è proprio in occasione dell’inaugurazione di una mostra di quest’ultimo, presso lo Studio di Vincenzo, dal titolo “Don Quijote”, una personalissima lettura dell’artista del “Don Chisciotte”, occasione in cui incontro il famoso critico d’arte Lucio Scardino, il quale mi racconta che l’artista Antonio Torresi, di Firenze, restauratore della pietra dura, fu chiamato anch’egli a Rovigo, nel 1984, dallo stesso Mastropietro, e gli aveva confidato che mai avrebbe immaginato di trovarvi un notevole fermento artistico e questo anche grazie alla galleria “L’incontro”!

Vincenzo conferma, poi, che il Mastropietro, allora, il più delle volte veniva sfruttato, tanto che in quel periodo molte sue opere le svendeva, poiché nessuno le teneva nella giusta considerazione né aveva qualcuno che lo supportasse. Eppure per tutti era il Mastro (come ricordato dalla poetessa Teresina Giuliana Pavan nella sua lirica che gli ha dedicato, poiché in lui “pulsava l’innato germe della creatività” e “un’acuta sensibilità”), il silenzioso signore della porta accanto, e, da accanito fumatore qual era, tutti lo ricordano davanti alla vetrina del suo studio (opera “Lo studio del pittore”, foto sotto).
Ha, però, vissuto anche momenti di grande gloria, come quando le sue opere sono state esposte alla Fiera Arte di Bologna. Diverse sue opere sono state esposte in entrambe le Mostre organizzate dallo stesso Mastropietro e da Vincenzo al “Salone del grano” della Camera di Commercio di Rovigo (opere di oltre 150 artisti), ma poi la Sala fu  dichiarata inagibile e, nonostante il grande successo, la Mostra non fu più riproposta.

Antonio Mastropietro si diplomò all’Istituto “Dosso Dossi” di Ferrara, ma non si specializzò mai per fare l’insegnante. Lui era nato per fare l’artista e viveva per l’arte, a cui dedicava tutto se stesso. Indefesso nonché integerrimo lavoratore, ha praticato tutte le tecniche, pur privilegiando la scultura (amava sintetizzare le figure) e qui Vincenzo racconta un aneddoto: «Quando andavamo alla fornace [a Grignano Polesine] Mastro portava le opere in argilla secca, cruda, per farla cuocere assieme ai laterizi della ditta… La cottura del biscotto (così si chiama) era la stessa sia per temperatura, sia per tempi. Lì alla ditta prelevata argilla fresca, privata da impurità, e per essere tale era stata già lavorata e trafilata, trasformata in bimattoni crudi, i mattoni da costruzione ancora da passare ai forni. La materia, argilla, non costa e gli veniva regalata. Essendo umida, fangosa, malleabile, dovevamo avvolgerla in teli o sacchi di nylon sia per non sporcare il baule, sia per mantenerla fresca da lavorare, per giorni, per mesi… è come fango, limo. Prelevare argilla e portare le opere era questo l’andare e venire. Le sculture da “cucinare” erano asciutte, il “limo” era ben secco altrimenti rischiava di rompersi ad alte temperature. Per ringraziare la ditta sia per l’argilla fresca, sia per la cottura dei lavori, Mastro donava un disegno o una scultura stessa. Era molto generoso». Le sue sculture raffigurano immagini che ricordano le opere marmoree di Henry Moore (sotto un disegno preparatorio di una sua scultura).
Animo sensibile e gentile, introverso, attore interiore, amante delle avanguardie artistiche”. L’ultimo ricordo di Vincenzo è il fatto che fu inviso a molti, tanto che soleva ripetere “Rovigo mi ha chiuso le porte, mi sento solo” tanto che morì in solitudine il 2 marzo 1996, a soli 48 anni, trovato davanti alla televisione dal nipote Eugenio Malaspina, figlio della sorella.

Il prof. Vincenzo Baratella è stato l’unico a ricordarlo nel decennale della dipartita, con una retrospettiva a lui dedicata, presso il suo Studio (nella foto sotto la prof.ssa Emanuela Prudenziato che presenta alcune opere all’inaugurazione della mostra, il 13 ottobre 2007). Negli ambienti artistici rodigini, comunque, è ancora oggi ricordato per le sue grandi qualità artistiche e questo può essere un vanto per Controne, suo paese d’origine, al quale rimase sempre legato. [Antonio Scarpone.©]



L'amore materno Verona, Palazzo della Ragione, Galleria d'Arte Moderna A. Forti in Mnemosine

L'amore materno
Verona, Palazzo della Ragione, Galleria d'Arte Moderna A. Forti

dal 7 dicembre al 10 marzo 2019
Mostra a cura di Francesca Rossi e Aurora Scotti.
Maternità è l’argomento al centro dell’esposizione visitabile ai Musei Civici di Verona negli spazi della Galleria d'Arte Moderna Achille Forti, dal 7 dicembre al 10 marzo 2019. "La mostra, curata da Francesca Rossi e Aurora Scotti - dichiara l'assessore alla Cultura  Francesca Briani -, è testimonianza dell'importante e proficua collaborazione tra i musei veronesi e i Musei Civici di Milano, il Mart di Rovereto e il Banco BPM. Inoltre, conferma l'impegno dell'amministrazione a sostenere iniziative culturali che si contraddistinguono per la rigorosa e puntuale attività di ricerca dedicata alle collezioni artistiche cittadine". A tal proposito è da ricordare “la pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”: una rassegna, fino al 5 maggio 2019, in contemporanea, negli spazi del Museo di Castelvecchio, che propone il produttivo corpus artistico della bottega di Felice Brusasorzi. “L'amore materno”, al Palazzo della Ragione, è la rassegna veronese dedicata agli esordi del Divisionismo italiano; la curatela di Francesca Rossi evidenzia uno dei periodi più creativi della storia dell'arte italiana. Il fulcro espositivo è costituito dalla “Maternità” di Gaetano Previati, un capolavoro di grande formato e fortemente evocativo legato al tema "dell'amore materno"; l’opera proviene dalle collezioni di Banco BPM. Il dipinto esposto alla prima Triennale di Brera del 1891 suscitò un vivace dibattito oltre che sulla tecnica divisionista, anche sui possibili esiti simbolici della rappresentazione. Il famoso artista-critico Vittore Grubicy, già attento sostenitore di Segantini, individuò nella tela di Previati il prototipo della pittura 'ideista'. "La tecnica divisionista elaborata da Previati nel monumentale dipinto, puntava - spiega infatti Aurora Scotti - sulla separazione delle pennellate, ma anziché tendere alla piena tersità luminosa mirava ad agire sulla sensibilità dello spettatore, coinvolgendolo nella emozione psicologica dell'evento. A questo il maestro ferrarese si era preparato con un intenso esercizio su temi che sviluppavano la 'pittura di affetti' della Scapigliatura, al fine di evocare, attraverso il ductus stesso della pennellata, uno stato d'animo. Un cardine quindi della pittura di emozione e di sentimento, con un ampio spettro di riferimenti nella tradizione pittorica medioevale e moderna". Il percorso espositivo alla Galleria d’Arte Moderna Achille Forti di Verona continua con disegni di Gaetano Previati e capolavori di Medardo Rosso, Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Umberto Boccioni, con il “Nudo di Spalle”. 
La mostra a Palazzo della Ragione, all’interno della Galleria d'Arte Moderna A. Forti, mette in vista venti opere in stretta sintonia con il percorso del museo; in effetti due opere rispettivamente “Gli amori delle anime” di Angelo Dall’Oca Bianca e “S’avanza” di Angelo Morbelli aprono il sipario sulle nuove espressioni artistiche che segneranno i diversi percorsi dell’arte del Novecento.

sabato 10 novembre 2018

George Washington e Antonio Canova. A Possagno dall’ 11 novembre al 28 aprile 2019 in Mnemosine

George Washington e Antonio Canova

A Possagno dall’ 11 novembre al 28 aprile 2019
Giunge dal museo Frick Collection di New York la mostra su Canova e George Washington e approda nella Gypsotheca e Museo Antonio Canova dall’ 11 novembre 2018 al 28 aprile 2019. L'evento è per celebrare i 200 anni dalla creazione di Antonio Canova del modello per il monumento al primo Presidente americano. Le sinergie di musei americano e canoviano hanno legittimato la mostra e onore al grande scultore italiano, primo ambasciatore per l'arte italiana negli Stati Uniti. All’artista di Possagno, assai famoso in Italia ed in Europa per la Sua bravura, fu affidato il compito di scolpire il monumento di George Washington per il Parlamento di Raleigh, nel North Carolina. La figura intera del primo Presidente doveva essere collocata nella sala del Senato, nella Carolina del Nord. Thomas Jefferson ebbe l’incarico di individuare il più idoneo tra gli scultori a portare a compimento l’ardua impresa; nel 1816 propose Antonio Canova, uno degli artisti più celebrati. Sostenendo che "Washington era un galantuomo", Antonio Canova accettò l’incarico. Nella prima sala del museo di Possagno campeggiano il disegno preparatorio e il primo bozzetto in argilla. Nella Gypsotheca si possono vedere e percorre le tappe esecutive del capolavoro meno conosciuto fra quelli eseguiti da Canova; sono quattro modelli in gesso di cui uno a grandezza naturale. Lo scultore volle rappresentare Washington come un condottiero romano. La formazione neo classica del genio di Possagno era solitamente avvezza a scolpire gli eroi e le divinità pagane greco-romane, della mitologia, nonché protagonisti coevi della storia in veste desuete. Il pensiero rimanda a Napoleone Bonaparte, nudo, come Marte; Paolina come matrona. La critica mise in luce il carattere descrittivo della scultura di Washington esemplato sulla raffigurazione dell’imperatore Claudio. Xavier F. Salomon, Curatore della Frick Collection  di NY e della mostra di Possagno, forte della documentazione e delle comparazioni, opta per una più esaustiva interpretazione. La postura del primo Presidente mentre scrive la rinuncia al terzo mandato da Presidente degli Stati Uniti per ritirarsi a vita privata è del tutto simile, nella grandezza d’animo e in nome degli ideali di libertà, a Cincinnato. Il professor Salomon afferma ancora che l’opera, scolpita a Roma ed imbarcata su di un veliero militare già sul Tevere, dopo una navigazione atlantica di mesi, giunse a destinazione nel 1821 nel Campidoglio di Raleigh tra il plauso degli americani. Un decennio più tardi un tragico incendio divampò nel palazzo del Parlamento riducendo la statua a un ammasso di frammenti. La mostra di Possagno ripercorre la storia del capolavoro perduto attraverso i bozzetti e la documentazione. Il catalogo della mostra include la trascrizione di tutta la corrispondenza relativa alla commissione, i saggi di Xavier Salomon, di Mario Guderzo e di Guido Beltramini, direttore del Palladio Museum di Vicenza che aveva a suo tempo curato la mostra su Thomas Jefferson e Palladio. La mostra Canova-George Washington, oltre ad essere evento straordinario dopo 200 anni, permette allo spettatore di visitare la casa natale di Canova e la Gypsotheca. Questa conserva un esorbitante quantitativo di opere del genio italiano. ©Vincenzo Baratella
Gypsotheca, uno dei gessi di Canova su Washington.
Salomon illustra un piccolo gesso, bozzetto, canoviano
Conferenza stampa presentazione mostra Canova e Washington, a Possagno

domenica 30 settembre 2018

COURBET E LA NATURA, Palazzo Diamanti a Ferrara in Mnemosine

COURBET  E LA NATURA
PALAZZO DEI DIAMANTI   FERRARA  

DAL 22.09.2018   AL  6.01.2019
J.G. Courbet, La quercia di Flagey o quercia di Vercingetorige

La mostra tematica inaugurata il 21 settembre  2018  al Palazzo dei Diamanti  dedicata a Courbet focalizza l’attenzione sull’interpretazione della natura da parte dell’Artista francese. Questa scelta tuttavia non fa dimenticare il pensiero critico, l’ideologia dell’autore. I paesaggi: tramonti sul lago, le sorgenti, le rupi, le scene di caccia, i boschi sono rappresentati con un realismo che mira a scoprire la forza della natura. La quercia di Flagey (località nelle vicinanze di Ornans dove la famiglia di Courbet aveva una fattoria) in un certo senso si può considerare un autoritratto interiore del pittore; la pianta è simbolo di stabilità, robustezza, imponenza, caratteristiche che si avvicinano alla personalità di Courbet: determinato, onesto, forte. Il dipinto intitolato “Quercia di Vergingetorige presso Alesia, Franca Contea” esprime la posizione politica dell’autore e l’orgoglio di essere nato nella Franca Contea in quanto si opponeva  alla tesi di Napoleone III secondo  cui la battaglia fra Galli e Romani era avvenuta in Borgogna e non nella Franca Contea. Il legame con la sua terra d’origine  viene più volte riaffermato dall’artista; i paesaggi dedicati alla Valle della Loue, a Ornans  sono una testimonianza di questo sentimento che si acuirà particolarmente durante l’esilio in Svizzera per motivi politici. Non mancano nella vita di Courbet i viaggi nel sud  della Francia qui  viene ispirato dall’atmosfera ambientale del mar Mediterraneo: La riva del mare a Palavas è un’opera che fa comprendere come l’artista si senta immerso in quel paesaggio e  riesca a interpretarne a pieno le peculiarità. Gli spostamenti di Courbet si spingono anche verso  l’Oceano Atlantico, si reca in Olanda, Germania, Svizzera ed in particolare in Belgio dove  realizza  paesaggi quali: La Mosa a Freyr, La roccia di Bayard, Dinant  luoghi che gli ricordano la sua Franca Contea. Nella sua produzione  vi sono  opere che raffigurano grotte, sorgenti  elementi naturali che più di altri per Courbet evidenziano la potenza e il mistero della natura.  L’ambiente è stato per lui una continua fonte d’ispirazione  che gli ha consentito di esprimere pienamente se stesso; durante gli anni dell’esilio in Svizzera nei pressi del lago Lemano, Courbet dipinge vedute che  fanno emergere una interpretazione  quasi romantica della natura senza per questo tradire l’impostazione realistica, ma soprattutto la sua sofferenza per essere costretto a vivere lontano dalla Francia. La mostra curata da Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher, Vincent Pomarède continuerà fino al 6 gennaio 2019. Emanuela Prudenziato
J. G. Courbet, Tramonto sul lago Lemano
J. G. Courbet, L'onda


Arte e Magia. A Rovigo, Palazzo Roverella in Mnemosine

Arte e Magia
II fascino dell'esoterismo in Europa
Rovigo, Palazzo Roverella
29 settembre 2018 - 27 gennaio 2019


Curatore Francesco Parisi
                                       Luis Ricardo Falero, La sorcière

La Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, il Comune di Rovigo e l'Accademia dei Concordi, a Palazzo Roverella sino al 27 gennaio 2019, propongono Arte e Magia. La rassegna rileva i rapporti tra le correnti esoteriche in voga tra il 1860 e gli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale e la sua influenza sulle arti figurative europee. Suddivisa per suggestive sezioni tematiche, la mostra dispiega una vasta costellazione di espressioni artistiche che evidenziano quanto il pensiero esoterico abbia influenzato sia gli sviluppi del Simbolismo europeo sia, in molti casi, la nascita stessa delle avanguardie storiche. Il movimento simbolista trovò nell'occultismo fin de siecle un terreno idoneo su cui sistemare un enorme bagaglio di figurazioni, miti, personificazioni enigmatiche. Grazie a questo connubio tra occultismo e simbolismo l'artista era in grado di perdersi tra creature fantastiche, bellezze perverse e altrettante oscure demonolatrie. I maggiori centri in cui fu rilevante l'influenza della cultura esoterica sulle arti figurative si situarono tra la Francia ed il Belgio dove la corrente simbolista si intrecciò spesso con la letteratura. La vogue esoterica fu talmente popolare tra gli artisti che il volume di Alfred Schuré, I grandi iniziati, divenne in breve un best seller mondiale e fonte di ispirazione per pittori e scultori così come pochi decenni prima lo era stato uno dei principali romanzi della decadenza Là-bas di Joris-Karl Huysmans. Con l'avvento del modernismo e nel corso dei primi decenni del novecento l'esoterismo occidentale acquisì invece il titolo di "controcultura" che le restituì un ruolo comprimario nello sviluppo dell'avanguardia artistica europea cooptando al suo interno, grazie al suo innegabile fascino, alcune delle menti più affascinanti della società contemporanea. Il clima spirituale dell'Europa fine  Ottocento favorì anche l'interesse per le religioni e la cultura orientali; l’egittologia e il Buddismo. Le dottrine teosofiche di Elena Petrovna Blavatsky e, più tardi, le teorie antroposofiche di Rudolf Steiner si diffusero rapidamente a Firenze e a Roma. Inizia la mostra nel segno di Arpocrate, il gesto della mano o del dito posto davanti alla bocca a simboleggiare l'invito a mantenere il cosiddetto "segreto iniziatico". Il ricchissimo percorso espositivo, curato da Francesco Parisi, esibisce opere di Louis Welden Hawkins, Boleslas Biegas, Pierre Fix-Masseau, Fernand Khnopff, Odilon Redon, Jean Delville, Giorgio Kienerk, Leonardo Bistolfi. Il percorso di Palazzo Roverella procede con l'architettura esoterica, con templi e altari. In questa sezione, sono presenti opere di Ferdinand Hodler, Léonard Sarluis, Hermann Obrist, Hugo Höppener (Fidus), Hendrik P. Berlage, Jahannes Mathieu Leuweriks, Ernesto Basile. Psyche, Cosmo, Aura è il titolo della terza sezione, a descrivere fenomeni come le apparizioni spiritiche, la telepatia, la materializzazione di energie psichiche, o l'esistenza di mondi non visibili e le cosiddette Aure. Temi illustrati da opere di Piet Mondrian, Remolo Romani, Arnaldo Ginna, Jozef Peeters, Franz Marc. A seguire le opere di Johannes Itten, Hilma, Klimt, Giacomo Balla, Wassily Kandinsky, Marcel Duchamp, Julius Evola per esaltare forme ancestrali in una dimensione verticale, ascensionistica. Diavoli, streghe e maghi, e con loro Lucifero, sono dipinti da George Frederic Watts, Albert Welty, Luis Ricardo Falero, Armand Rassenfosse, Alberto Martini, Rudolf Jettmar, Fritz Roeber, Alfred Kubin, Georges Frampton, Austin Osman Spare. La vague spiritistica, tema della sesta sezione, portò alla scoperta di nuovi linguaggi artistici come il disegno automatico di Austin Osman Spare e la fotografia futurista con Anton Giulio Bragaglia. In questa sezione opere di Albert Von Keller, Edvard Munch, Gabriel von Max, Anton Giulio Bragaglia, Josef Vàchal, Hans Baluschek. Eugene Grasset, Sidney Sime, Panuska Jaroslav, Raoul Dal Molin Ferenzona, Auguste Rodin illustrano La notte e i suoi invitati, demoni e animali, vampiri, pipistrelli, conigli, gatti, gufi sono i compagni delle streghe. Immagine contrassegno della mostra è La Sorcière, dipinta da Falero sul tamburello. In Ex Oriente Lux sono esposte opere di: Leon Frederic, Sascha Schneider, Karl Wilhelm Dieffenbach, Raoul du Gardier, Fernand Khnopff, Jean Delville, Odilon Redon. A seguire Monte Verità che attrasse artisti, intellettuali, rifugiati politici, anarchici, comunisti, teosofi, massoni, rosacrociani. Il movimento indiano praticava una sorta di ascetismo evidenziato con opere di Fidus, Alexej von Jawlensky, Walter Helbig, Anna Iduna Zehnder, Marianne Werefkin, Arthur Segai. Nella sezione Sar Mérodack e il Salon de la Rose+Croix viene rievocato il cosiddetto Rinascimento Occultista parigino che riunì scrittori, giornalisti, maghi ed artisti. Tra loro Joséphinm Péladan, fondatore del Salon de la Rose+Croix. Nella sezione opere di: Carlos Schwabe, Alexandre Séon, Alphonse Osbert, Fernand Khnopff, Jean Delville, Jan Toorop, Gaetano Previati, Emile Fabry. Infine II segno magico. Esoterismo e occultismo nella grafica e nell'illustrazione con libri illustrati ed incisioni di: Manuel Orazi, Eugene Grasset, Remolo Quaglino, Alberto Martini, Ludwig Fahrenkrog, Remolo Romani, Raoul dal Molin Ferenzona, Henry De Groux, Marcel Roux, Richard Teschner, Cari Schmidt-Helmbrechts, James Ensor. L’esposizione in undici sezioni, unica nel suo genere a Palazzo Roverella, è l’occasione per un’attenta documentazione su artisti e su movimenti del Novecento non concessi di solito al pubblico.
 Il curatore Francesco Parisi davanti al tamburello dipinto da Falero
Il silenzio di Jean Dampt Alexandre Bigot

sabato 29 settembre 2018

Gauguin e gli Impressionisti a Palazzo Zabarella. Padova. in Mnemosine


Gauguin e gli Impressionisti. Capolavori dalla
Collezione Ordrupgaard.
Padova, Palazzo Zabarella 29 settembre 2018 - 27 gennaio 2019
Straordinaria mostra è stata aperta al pubblico a Palazzo Zabarella di Padova il 29 settembre 2018. Organizzata da Ordrupgaard, Copenaghen, dal Comune di Padova e dalla Fondazione Bano, che in questa rassegna ha segnato il record qualitativo nell’esibire in esclusiva al pubblico italiano capolavori di Ingres, Delacriox, Couture, Daumier, Corot, Courbet, Daubigny, Dupré, Sisley, Guillaumin, Baudin, Pissarro, Eva Gonzales, Redon, Cézanne, Degas, Gauguin, Manet, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Matisse. Un olimpo di eccellenze dell’arte che ha fatto tappa al Musée Jacquemart-André di Parigi e alla National Gallery of Canada; resterà in Italia, a Palazzo Zabarella fino al 27 gennaio 2019 per dirigersi successivamente a Praga, prima di rientrare definitivamente all'Ordrupgaard Museum, a nord di Copenaghen. Occasione unica quindi per ammirare il fior fiore della Collezione creata ai primi del Novecento dal banchiere, assicuratore, Consigliere di Stato e filantropo Wilhelm Hansen e da sua moglie Henny. Hansen, collezionista solo di artisti danesi, in occasione del suo primo viaggio d'affari a Parigi nel 1893, fu conquistato dall’impressionismo al Salon, alle gallerie e ai musei francesi. La nuova espressione pittorica affascinò il facoltoso uomo d’affari che maturò, nel 1915, il progetto di creare una collezione d’arte da comparare alla sua danese già esistente. Ebbe l’intuizione che la nuova pittura francese fosse destinata ad un rapido aumento di valore e risultasse quindi un perfetto investimento, purché ad essere acquistate fossero le opere realmente più importanti sul mercato. La scelta legittima la presenza di una concentrazione elevata di capolavori. Dal 1916 al 1918, Hansen riuscì a creare, grazie anche agli avveduti consigli di uno dei più importanti critici d'arte del momento, Théodore Duret, una collezione che il suo collega collezionista svedese Klas Fàhrceus avrebbe descritto come la "migliore collezione impressionista al mondo". Dopo le acquisizioni del 1918, con mezzo milione di franchi nelle aste della tenuta Degas, Hansen costruì in Danimarca una Galleria dove, una volta la settimana, il pubblico poteva ammirare le sue 156 opere che spaziavano dalle tele neoclassiche e romantiche, con David e Delacroix al Realismo e all'Impressionismo, al Post-impressionismo con Cézanne e Gauguin, e infine Matisse. Un tracollo finanziario costrinse il banchiere a svendere le opere per poi riacquistarle con la ripresa economica. "Ora ho finito con gli acquisti", affermò Hansen dopo aver comperato nel 1931 un delizioso pastello di Degas, già di proprietà di Gauguin stesso. Rapporti poco felici con lo Stato amareggiarono Wilhelm Hansen che decise di custodire in privato la collezione. La vedova Henny pensò di esaudire il desiderio del marito rendendo alla collettività le opere. A Palazzo Zabarella i curatori, Anne-Birgitte Fonsmark e Fernando Mazzocca, hanno ripartito il percorso della mostra in nove sezioni espositive. L’inizio é con i temi storici ove meglio si identifica Honoré Daumier, arguto nella satira e nell’illustrazione (idilliaco l’abbandono alla frescura di un grosso albero di Don Quijote e Sancho), ma anche interprete della vita degli umili. La seconda sezione Corot e Courbet tra romanticismo e naturalismo si respira tutto il paesaggio en plein air; Courbet evidenzia nell’impatto con una natura forte e selvaggia l’ideale socialista proudhoniano, teso alla denuncia della borghesia liberista al potere nelle città francesi. La neve immacolata come giaciglio di morte per l’inerme capriolo, vittima sacrificale della violenza del cacciatore. Nella terza sezione  dalla scuola di Barbizon alla nascita dell'impressionismo, Sisley ritrae le atmosfere chiaroscurali della foresta di Fontainebleau e a seguire il trionfo dell’impressione. Questa sezione marca le atmosfere soffuse, le sconfinate distese del mare, i barbagli di luce che fissano le vibrazioni cromatiche degli impressionisti. Monet è protagonista indiscusso. Nella quinta sezione tra i maestri campeggia Pissarro. Questi, dopo la parentesi al Pointillisme sulla scia di Paul Signac, nel periodo giovanile è interprete della quiete domestica degli orti e dei giardini e nella avanzata maturità si dedica alle vedute della sua Parigi vista dall’alto dalle finestre degli hotel; è la capitale pullulante di gente, di vita. Oltre l’impressionismo la pittura di Degas e Cézanne mostra l’inclinazione più concettuale e introspettiva, libera dai canoni troppo severi del realismo e dell’impressionismo. Nella composizione Le bagnanti, capolavoro che dà l’avvio alle nuove correnti contemporanee d’arte, c’è l’orchestrazione delle pennellate, come note di musica, senza seguire linee, contorni o scenografie d’atelier. Il fascino dell'universo femminile è una stupenda sezione in cui si alternano opere di Manet, Morisot, Renoir. Protagonista è la donna, emancipata rispetto al passato; è libera di sedurre come Victorine Meurent in Olympia o ne Le déjeuner sur l'herbe o ancora nel ballo al Moulin de la Galette. Gauguin, protagonista della rassegna occupa la sezione di un'avventura da Pont-Aven a Tahiti. E’ il percorso artistico della ricerca che porterà Gauguin nell'estate del 1891 in Polinesia, a contatto con popolazioni spontanee, immerse nel ritmo di una natura vergine. A finire le sezioni è la poesia della natura morta in cui Redon e Matisse superano la dimensione del reale per reinterpretare in modo soggettivo l’oggetto. Una mostra unica, irripetibile, a Padova fino a gennaio prossimo, tra l’altro corredata da un catalogo con apparato critico di altro livello. Vincenzo Baratella
Paul Gauguin, Ritratto di giovane donna.
Camille Pissarro, Alberi di prugne in fiore.




sabato 15 settembre 2018

GUSTAVE COURBET E LA NATURA AI DIAMANTI DI FERRARA in Mnemosine


J. G. Courbet, Volpe nella neve.
Courbet e la natura.

Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dal 22 settembre 2018 al 6 gennaio 2019

A due secoli dalla nascita viene allestita una mostra al Palazzo dei Diamanti a Ferrara  dal 22 settembre 2018 al 6 gennaio 2019. Non si tratta di una semplice commemorazione, ma  è un’affermazione della forza dell’espressione artistica di Jean Gustave Courbet (1819-1877). Questi viene considerato il più importante esponente della corrente realista e a lui si attribuisce il neologismo. Le sue opere si distaccano dalla rappresentazione armonica, romantica della realtà; l’artista ha una sua personalità ideologica, culturale che lo spinge a superare i canoni consueti  della rappresentazione pittorica. Non potrebbe essere diversamente perché egli avverte, vive il cambiamento storico-sociale della seconda metà dell’800. Emergono i problemi della classe lavoratrice in contrapposizione  ai privilegi della borghesia  che rimane  saldamente legata ai propri interessi economici e politici, all’idea di ordine sociale. Courbet  osserva  anche questa realtà  e la rappresenta in modo oggettivo e con finalità di denuncia. Le Fanciulle sulle rive della Senna palesano tutta la contraddizione sociale di un mondo lontano dalla vita quotidiana della gente comune. Le sue opere sono provocatorie, forti quanto più sono  una testimonianza dell’esistenza  costituita  da problemi, sofferenze, lavoro, sfruttamento. I suoi quadri tecnicamente hanno colori forti: verde scuro, nero, terra d’ombra che pongono in risalto la figura  nell’atto di lavorare, di dormire dopo la fatica; si crea una contrapposizione di chiaro scuri nell’intento di testimoniare la realtà con la consapevolezza di essere scomodi, l’opera pittorica non è un bell’oggetto d’arredamento, ma svela la condizione esistenziale dei lavoratori, della gente comune con i suoi problemi. Elemento  portante dell’arte di Courbet è la visione della natura esperita durante i suoi viaggi  in Normandia, a Parigi, nel Mediterraneo, in Germania, in Svizzera e non ultima nella sua città natale Ornans.  Immagini particolarmente suggestive  sono le marine, con alte scogliere a picco sul mare, la raffigurazione delle onde, il tramonto sul lago, la spiaggia della Normandia con il mare calmo ed il cielo pieno di cirri cumuli, nonché macchie lussureggianti in cui si consumano lotte per la sopravvivenza: un tema usuale al grande francese. La bellezza dell’esistenza selvaggia libera da vincoli  emerge in tutta la sua ampiezza ne la volpe nella neve e  cacciatore a cavallo. Emanuela Prudenziato
J.G.Courbet, Cacciatore a cavallo.
J.G. Courbet, Fanciulle sulle rive della Senna.

IDOLI. IL POTERE DELL’IMMAGINE a Venezia in Mnemosine

"Venere dell'Oxus" detta "Venere di Ligabue" Civiltà dell'Oxus (2200-1800 a.C.) Collezione Ligabue

IDOLI. IL POTERE DELL’IMMAGINE
Venezia. Palazzo Loredan
dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

A Palazzo Loredan, Istituto Veneto di Scienze lettere ed Arti, in Campo Santo Stefano a Venezia il 15 settembre 2018 apre al pubblico una straordinaria mostra, fino al 20 gennaio 2019: Idoli. In esposizione oltre 100 reperti dall’Occidente all’Oriente, dal Mediterraneo alla Valle dell’Indo. Inti Ligabue, presidente dell’omonima fondazione, dedica l’impegno, gli sforzi e la realizzazione della rassegna al padre Giancarlo, che ebbe l’intuizione di un comune denominatore tra le diverse religioni monoteiste nella Dea Madre, al femminile, piuttosto di un Dio padre maschile. L’ipotesi fu avvalorata dal rinvenimento delle numerose “Veneri paleolitiche, dove il corpo femminile era sentito come centro di forza divina”. Fu l’inizio della rivoluzione di coscienza; l’uomo “primitivo” (termine improprio alla luce di sempre nuovi studi) attraverso la raffigurazione antropomorfa di idoli, intese fissare l’immagine, eídolon in greco, del divino, dell’eroico, del sentimento, della sessualità, del mito,…e comunque una figurazione dell’anima. Gli idoli denotano la consapevolezza dell’anima nell’uomo già dal IV millennio a.C. Uno dei manufatti, che a giusta ragione può aprire la mostra affascinando lo spettatore è la “Dama dell’Oxus”, un’opera iconica della Battriana del III millennio a.C., acquisita da Giancarlo Ligabue e detta anche “Venere di Ligabue” durante gli studi paleo-archeo-antropologici condotti dall’insigne studioso nell’area del Turkestan afgano. Lo scambio dei materiali, delle informazioni e quindi delle differenti culture legittimano l’idea che popoli non certo “primitivi” non fossero stanziali, né isolati nei villaggi agricoli del neolitico. Le migrazioni e gli scambi commerciali dal bacino del Mediterraneo alle macroaree dell’Oriente e del Medio Oriente hanno fatto rilevare la presenza di materiali non autoctoni, ad esempio il lapis, l’ossidiana, il quarzo ialino, nelle zone di rinvenimento del reperto. E’ sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati dall’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante. A ragion veduta si può affermare di legami estetici delle forme e nel contempo dell’interscambio d’informazioni non esclusivamente razionali e pratiche. Hanno dato vita alla mostra quattordici opere della Fondazione Ligabue e ottantasei provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europei: l’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero Abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, i Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye. La dottoressa Annie Caubet, archeologa e curatrice onoraria al Musèe du Louvre, ha seguito il progetto scientifico della mostra sottolineando, tra i fattori comuni delle opere, la qualità artistica: “gli individui che realizzarono quelle sculture erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”. Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’antico esecutore. L’esposizione a Palazzo Loredan raccoglie manufatti provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia, dalla Siria. Da questa terra provengono le famose “Dee Madri”: raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simboli forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità. In mostra pure gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento e i cosiddetti “idoli oculari” o idoli placca nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale. Infine nel percorso espositivo si ammira il corpo umano nelle sue forme naturali. Non più esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso, figure femminili androgine, ma esseri umani. Tutte le statuette in mostra fanno emergere i segni delle ripetute manipolazioni o di riparazioni coeve, ciò dimostra il loro utilizzo costante e di un ruolo chiave negli eventi sociali e religiosi ricorrenti. Sono i custodi di storie e miti di straordinaria suggestione in un mosaico di culture dal IV al II millennio a.C. Sono in mostra importanti esemplari del Museo Archeologico di Nicosia e dell’Età del Bronzo della Civiltà dell’Oxus, sviluppata in Asia centrale, il complesso Battriano-Margiano; significativo il “Drago dell’Oxus”, detto “Lo Sfregiato” per il profondo squarcio che gli deturpa il volto, con il corpo coperto di squame di serpente, forse la controparte selvaggia della principessa Battriana  o “Dama dell’Oxus”. Stefano De Martino, dell’Università di Torino, celebra “il taglio diverso” del catalogo edito da Skira, prettamente scientifico “contro la divulgazione cialtrona” e si sofferma all’analisi di società differenziate nelle macroaree Battriana e Mesopotamia, Asia e Mediterraneo e lungo l’Oxus, ma comuni sotto alcuni aspetti, grazie “all’autostrada di cultura favorita dal mare aperto mediterraneo”. Gli “occhi spalancati” -una tipologia di raffigurazione- dalla Spagna al Medio Oriente e singolari suonatori di arpa -la musica ha un linguaggio comune- sono i protagonisti delle vie della conoscenza che approda fino a noi.  Vincenzo Baratella
Suonatore di Arpa cicladico, Thera (Santorini) Antico CicladicoII (2700-2300 a.C.)
Inti Ligabue, Presidente della fondazione Giancarlo Ligabue presenta la mostra.
Il prof. Stefano De martino (a sinistra) illustra percorso mostra
La  Dott.ssa Annie Caubet (archeologa e curatrice Musée du Louvre)
"Sfregiato" (Così nominato per taglio sul volto) Civiltà dell'Oxus.

martedì 11 settembre 2018

IL GIOVANE TINTORETTO Dal 7.9.2018 al 5.1.2019 Gallerie dell’Accademia di Venezia in Mnemosine

IL GIOVANE TINTORETTO
Dal 7.9.2018 al 5.1.2019 alle
Gallerie dell’Accademia di Venezia (comunicato stampa)
La mostra Il giovane Tintoretto, curata da Roberta Battaglia, Paola Marini, Vittoria Romani ripercorre, attraverso circa 60 opere, il primo decennio di attività del pittore veneziano, dal 1538, anno in cui è documentata un’attività indipendente di Jacopo Robusti a San Geremia, al 1548, data del clamoroso successo della sua prima opera di impegno pubblico, il Miracolo dello schiavo, per la Scuola Grande di San Marco, oggi vanto delle Gallerie dell’Accademia: un percorso appassionante che ricostruisce quel periodo straordinario di stimoli e sperimentazioni grazie ai quali Tintoretto ha rinnovato profondamente la pittura lagunare, in un momento di grandi cambiamenti. La mostra riunisce 26 eccezionali dipinti di Tintoretto, valorizzando al contempo le opere della collezione permanente del museo, proposte entro una nuova prospettiva e affiancate a prestiti provenienti dalle più importanti istituzioni pubbliche e private del mondo. Dal Louvre di Parigi alla National Gallery di Washington, dal Museo del Prado di Madrid agli Uffizi di Firenze, dalla Galleria Borghese di Roma al Kunsthistorisches Museum di Vienna, dal Museum of Fine Arts di Budapest alla Fabbrica del Duomo di Milano, dalla Courtauld Gallery di Londra al Wadsworth Atheneum di Hartford. Tra i capolavori del maestro si segnalano in particolare la Conversione di San Paolo della National Gallery of Art di Washington e lApollo e Marsia di Hartford, esposti ora per la prima volta in Italia, il Cristo tra i dottori della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, la Cena in Emmaus di Budapest e i soffitti provenienti da Palazzo Pisani a Venezia, ora alle Gallerie Estensi di Modena.Seguendo un ordine cronologico articolato in quattro sezioni, il percorso indaga quel periodo tuttora fortemente dibattuto della formazione di Tintoretto, non facilmente riconducibile a una bottega o a una personalità individuata, mettendolo in relazione con il contesto artistico e culturale veneziano degli anni trenta e quaranta del Cinquecento. In questo modo verrà chiarito come Jacopo Robusti acquisì e trasformò i suoi modelli per sviluppare uno stile drammatico e rivoluzionario, attraverso le suggestioni ricevute da Tiziano, Pordenone, Bonifacio de’ Pitati, Paris Bordon, Francesco Salviati, Giorgio Vasari, Jacopo Sansovino, presenti in mostra con opere significative. Saranno inoltre esposti i dipinti e le sculture di artisti della generazione di Tintoretto che lavorarono nello stesso ambiente, tra i quali Andrea Schiavone, Giuseppe Porta Salviati, Lambert Sustris e Bartolomeo Ammannati. Accompagna la mostra un importante volume, edito da Marsilio Electa, con saggi di Robert Echols e Frederick Ilchman, Vittoria Romani, Roberta Battaglia, Paola Marini, Paolo Procaccioli e Luciano Pezzolo.
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Autoritratto 
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Autoritratto


lunedì 10 settembre 2018

Tintoretto a Venezia dal 7.9.18 al 6.1.2019 in Mnemosine

IL GIOVANE TINTORETTO
GALLERIE DELL’ACCADEMIA
e
TINTORETTO
PALAZZO DUCALE
VENEZIA
 Dal 7.09.2018 al 06.01.2019

Jacopo Robusti nato a Venezia nel 1519, figlio di un tintore di stoffe, da cui il soprannome di Tintoretto, fu tra gli artisti del Rinascimento, colui che più ha “segnato” Venezia con il marchio inconfondibile del suo genio è stato in effetti capace di impressionare intere generazioni di amanti dell’arte. Ha stupito i suoi contemporanei, allontanato dalla bottega dallo stesso Tiziano, che ravvisava un eccezionale concorrente, ha impressionato El Greco, Rubens e Velasquez. La pennellata vigorosa e di getto, propria di un’esecuzione dell’opera svelta ha anticipato sensibilità e correnti artistiche moderne. Dal 7 settembre 2018 al 6 gennaio 2019 Venezia gli dedica, in occasione del cinquecentesimo anno dalla nascita, due straordinarie mostre collegate ed in contemporanea: Il giovane Tintoretto, presso le Gallerie dell’Accademia e Tintoretto al Palazzo Ducale. Dal 2015 la Fondazione Musei Civici di Venezia ha sviluppato con la National Gallery of Art di Washington il progetto espositivo e ha trovato la piena collaborazione delle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Dopo 80 anni dall'ultima mostra a Ca’ Pesaro sul genio veneziano, Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, in conferenza stampa, sottolinea con entusiasmo le sinergie internazionali e l’impegno della Fondazione dei Musei Civici, le Gallerie dell’Accademia, la Scuola Grande di San Rocco, la Curia Patriarcale, la Scuola grande di San Marco che hanno reso fattibile le mostre. Da aggiungere le numerose istituzioni veneziane che hanno contribuito con iniziative editoriali - è stata ricordata la figura di Cesare De Michelis che fino alla fine si è prodigato nella cura di un catalogo Marsilio -, convegnistiche, espositive. A questo proposito compartecipano alle celebrazioni del cinquecentenario di Tintoretto (1519-1594) una trentina di Chiese in Venezia in cui si possono ammirare le opere del grande veneziano. La Scuola Grande di San Rocco è uno dei siti cardine dell’attività del Maestro: “Mai sono stato così totalmente schiacciato a terra dinanzi a un intelletto umano, quanto oggi davanti a Tintoretto” scriveva Ruskin al padre. Dal 10 marzo 2019 sarà poi il museo di Washington a proporre, per la prima volta negli Stati Uniti la figura e l’arte di Tintoretto nella sua complessità, in un percorso d’eccellenza che prende le mosse dal nucleo espositivo di Palazzo Ducale. Qui  è centrato il periodo più fecondo dell’arte del Maestro, dalla piena affermazione fino agli ultimi lavori. In contemporanea le Gallerie dell’Accademia di Venezia  mostrano i capolavori del primo decennio di attività e il contesto in cui il giovane Tintoretto avviò il suo percorso artistico. E’ da ricordare il supporto di Save Venice Inc. che in questi due anni ha sostenuto l’esame scientifico e il restauro di tanti capolavori dell’artista presenti a Venezia: ben 18 dipinti nonché la tomba del Maestro. (Vincenzo Baratella)
 Paola Marini presenta il giovane Tintoretto alle Gallerie dell'Accademia
Conferenza stampa a Palazzo Ducale Venezia