martedì 6 marzo 2018

MATTEO FABEN in Mnemosine



Dal 24 marzo al 12 aprile 2018 lo Studio Arte Mosè di Rovigo, via Fiume 18, presenta quindici sculture in marmo dello scultore veronese Matteo Faben.


Ecce Homo, marmo di Carrara. Opera ora collocata sulla facciata della chiesa di San Gaetano a Barletta.

Eclettismo plastico di Matteo Faben.

La scultura per essere tale ha bisogno di esibire la tridimensionalità del pensiero espresso. È difficile associare la statuaria a qualcosa di astratto poiché ciò piloterebbe il concetto all'informe creato spontaneamente dalla natura. È perciò ovvio che la quasi totalità delle rassegne plastiche abbiano un riferimento ad un dato oggettivo ben conosciuto e riconoscibile. Matteo Faben è l'artista della congiunzione tra un classicismo desueto per le salon des arts attuale, ma è comunque cronico nell'impatto affettivo con le aspettative dell’osservatore, è forgiatore di opere che rimandano al pensiero complesso delle odierne estrinsecazioni. Usa il marmo con una morbidezza plastomorfica unica nell’identificazione dell'inconfondibile stile che rimanda all’artista veronese. Riesce a mostrarsi con una personalità originale rispetto alla scuola degli scultori di oggi. La cultura del presente di Matteo è unica nonostante abbia vivo nell’esecuzione modelli di rappresentazione greco-romana mai persa. Non a caso predilige la sostanza che per la sua nobile struttura si appresta alla mimesi classica: il bianco saccaroide di Carrara. Questa è la sostanza nella quale tuffa lo scalpello e realizza opere che nulla hanno da invidiare al modello canoviano. L'autoritratto forte e realistico nel ripetere l'effige di Matteo esteticamente dà il modello della bellezza, soprattutto se vengono analizzati dettagli quali i risvolti del tessuto della camicia che si sollevano dal busto con leggerezza nei volumi, trasparente, dimenticando la materia costituendi sulla quale è improbabile aggiungere, ma comodo togliere. Nel trait-d’union tra il realismo elegante e nuove soluzioni nell’uso del soggetto Faben riesce a equilibrare le tendenze pur rivelandosi un ricercatore. La modernità del soggetto: Cane cieco, La donna di pasta, Madonna del sì, Ostrica, Il mistero della fede, sviluppa la novità tematica in accordo con la perizia tecnica. Ne l’incontrollabile, mano-guanto, retaggio post romantico di Klinger, il marmo avvolge sottile, impalpabile, con sublime eleganza un soggetto fantastico che si condensa nella roccia fino a rilevare la pelle del braccio, concludendosi nella mano che azzarda di afferrare l’idea. L'artista veronese propone il motore Harley Davidson; soggetto inusuale per la scultura, ma di travolgente originalità: l'idea popular-art dell'oggetto d’uso. “Le misure di questa scultura corrispondono esattamente all'originale, misurato con un pantografo manuale che riporta esattamente ogni singolo di quasi cinquecento punti presi, con un totale di novecento ore di lavoro impiegate. L'effetto stupefacente trasporta -sostiene  l’artista- ad ascoltare il suono di un vero motore fin dentro nell'animo e nel contempo crea un desiderio di realtà che, legato al marmo sa proprio di infinito”. Matteo è versatile; gli è congeniale riversarsi nella meticolosa ricercatezza delle forme quando presenta allo spettatore gli elementi minuziosi che compattano il soggetto religioso. Ecce Homo, di grande dimensione, ora in giusta collocazione sul portale della chiesa di San Gaetano di Barletta ha straordinaria forza e ineguagliabile slancio mistico. Faben è poliedrico e avanza oltre le attese erigendosi artista di nuovi linguaggi plastici. Da un groviglio, una matassa marmorea, si protende con la delicatezza candida, quasi di gomitolo di lana, una tela di seta, l’impalcatura che sfocia nell’idea realizzata plastica, forte nella pietra carrarese alla pari delle opere dei grandi maestri. Novello Rodin è legato all’accuratezza estetica e contemporaneamente anticipatore di nuovi linguaggi. Vincenzo Baratella
Autoritratto, marmo di Carrara.

sabato 3 marzo 2018

STATI D'ANIMO AI DIAMANTI in Mnemosine

STATI D'ANIMO; ARTE E PSICHE TRA PREVIATI E BOCCIONI






Inaugurata il 2 marzo 2018  al Palazzo dei Diamanti la mostra  Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni.



Nella rassegna emerge per la prima volta la poetica degli stati d’animo. Dipinti manifesto come Ave Maria a trasbordo di Giovanni Segantini, Maternità di Gaetano Previati, il trittico degli Stati d’animo di Umberto Boccioni e altri importanti opere dell’arte italiana e internazionale tra Otto e Novecento, coinvolgono l’osservatore in un viaggio nei territori dello spirito. Per la prima volta  scienza e arte  si pongono il comune obiettivo di analizzare la psiche umana,  gli artisti  ricercano un sistema di comunicazione  nuovo, inedito per rappresentare le emozioni, i sentimenti più reconditi dell’essere umano. Tra di loro figurano i protagonisti della scena artistica dell’epoca, dai maestri del simbolismo e divisionismo, come Segantini, Previati, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, a uno scultore originale come Medardo Rosso, fino ai capofila dell’avanguardia futurista, Balla, Carrà e soprattutto Boccioni, che seppe raccogliere il testimone dalla generazione precedente e creare un linguaggio dirompente che pone «lo spettatore nel centro del quadro», per trascinarlo nella dinamica delle emozioni e nella polifonia della metropoli moderna. In questo progetto Gaetano Previati, artista di punta delle collezioni delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, occupa un posto del tutto particolare: come affermava lo stesso Boccioni «con lui le forme cominciano a parlare come musica, i corpi aspirano a farsi atmosfera, spirito e il soggetto è già pronto a trasformarsi in istato d’animo». La mostra nasce proprio dalla volontà di approfondire e mettere in risalto il fondamentale ruolo giocato dall’artista ferrarese nel creare un ponte tra l’eredità dell’Ottocento e le avanguardie artistiche del nuovo secolo. La mostra  rimarrà aperta  dal 3 marzo  al 10 giugno 2018  presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.[E.P.]




mercoledì 28 febbraio 2018

RODIN AL SANTA CATERINA DI TREVISO in Mnemosine

RODIN AL SANTA CATERINA DI TREVISO

Al Museo di Santa Caterina di Treviso in accordo con il Musée Rodin, Marco Goldin ha selezionato per l’ampia rassegna su Rodin 50 sculture e 25 opere su carta. Sono presenti tutti i capolavori più noti dello scultore dal Bacio (immagine della mostra) al Pensatore, al Monumento a Balzac, all’Uomo dal naso rotto, all’Età del bronzo, sino alle maquettes. Rappresentate al Santa Caterina sono tutte le tappe artistiche dello scultore; percorsi che mettono in evidenza il fortissimo interesse per Michelangelo e per la scultura rinascimentale italiana. La capacità di Rodin è quella di dare al marmo ai gessi e comunque a tutta la materia trattata un trasporto sensuale ed introspettivo. In mostra sarà presente una grande e famosa tela di Edvard Munch, del 1907, che ritrae la statua del Pensatore nel giardino del dottor Linde: collezionista di Rodin e di Munch. Non mancherà poi un quadro di Monet. Il curatore Marco Goldin ha voluto il confronto con Arturo Martini; un  collegamento  a “Omaggio ad Arturo Martini” presente in contemporanea al rinnovato Museo “Luigi Bailo”, che vanta oltre cento opere di Martini: sculture, ceramiche e incisioni. Ai visitatori della mostra di Rodin sarà suggerito, anche grazie alla possibilità di godere di un biglietto ridotto per il Bailo, di ammirare, una dozzina di  opere del trevigiano Gino Rossi. Treviso è stata la destinazione scelta dal Musée Rodin di Parigi per accogliere la mostra conclusiva delle celebrazioni per il primo centenario della scomparsa di Auguste Rodin (1840 – 1917), completando così il programma di grandi esposizioni che quest’anno ha già coinvolto tra gli altri il Grand Palais a Parigi e il Metropolitan a New York. Mostra, quella nel Museo Santa Caterina, che è promossa dal Comune di Treviso e da Linea d’ombra, che la produce e organizza. La collocazione delle opere segna il percorso cronologico della vita e dell'arte di Auguste, ovvero dalla porta dell'inferno da cui Rodin ricavò molte delle sue sculture, i busti, i bozzetti, le teste, parti di un universo insofferente e introspettivo radicato nell'amore con Camille Claudel. Auguste Rodin è da considerare il continuatore della classicità nella ricerca dei temi mitologici e innovatore all’interno del realismo plastico. Segni dell'amore per Camille sono accennate, con riserbo,  nel marmo in cui la donna esibisce un’ immagine evanescente, quasi un sofferto ricordo. Opera incompiuta e di straordinaria bellezza, come spiega Goldin, "che lega Rodin all'ultimo periodo di Michelangelo di cui fu grandissimo ammiratore". Dopo il viaggio in Italia di Rodin nel 1875, "la scultura sembra lontana da noi come preferenza e sentimento del mondo" eppure, anche se "meno popolare" -afferma il curatore-  l'emozione che sono capaci di infondere opere come Il Pensatore, Il Bacio o il Ritratto di Balzac che chiude simbolicamente l'esposizione sono uniche”. La mostra è visitabile fino al 3 giugno 2018. [V.B.]






martedì 13 febbraio 2018

GIAN ANTONIO CIBOTTO - RITRATTI IN GALLERIA in Mnemosine


GIAN ANTONIO CIBOTTO

RITRATTI IN GALLERIA

Il libro, singolare nel formato grande, raccoglie momenti conviviali, fermi immagine su rassegne pittoriche, riflessioni, progetti nella galleria Studio Arte Mosè di Rovigo con al centro la figura dello scrittore Gian Antonio Cibotto (1925 - 2017).

Il legame di amicizia con Vincenzo Baratella,  consolidato durante la decennale presenza, quasi quotidiana, di Gian Antonio Cibotto nella Galleria rodigina di Via Fiume, ha legittimato la realizzazione di un libro\catalogo: Ritratti in galleria abbracciano un arco temporale di circa dieci anni (dal 2005 al 2015 c.ca), fino alla malattia che ha segregato in casa Gian Antonio Cibotto.

Escludendo a priori la mera funzione biografica, ma privilegiando curiosità, episodi significativi, confidenze, riflessioni su testi noti dello scrittore nazionale, l’autore ha voluto far emergere un ritratto intimo, quasi privato di Gian Antonio Cibotto.

E’ stata fatta una scelta di fotografie dall’ingente archivio della scrivente,  motivata in primis dall’alto costo ipotizzabile della pubblicazione. Dunque senza finanziamenti e senza sponsor, il libro, rispetto al progetto e alla risultante effettiva nel testo e nel corredo fotografico, è stato dato alla stampa ridotto.

L’autore: Prof. Vincenzo Baratella, laureato a Padova, vive a Rovigo,  è curatore critico dello Studio Arte Mosè. Ha presentato numerosi Poeti e Artisti. Ha redatto cataloghi d’arte. Tra le opere: Scuola, La più grande eredità, Memoria di Fulberto, Per Pinocchio la fatina c’è sempre, Estrema protesta, Preoccupanti coeve verità di Mosè, Il desiderio nella sofferta attesa del piacere.[Emanuela Prudenziato]


martedì 6 febbraio 2018

Collezione Cavallini Sgarbi al Castello Estense di Ferrara dal 3 febbraio al 3 giugno 2018 in Mnemosine


La Collezione Cavallini Sgarbi al Castello Estense di Ferrara dal 3 febbraio al 3 giugno 2018

Sgarbi: collezionista pubblico e privato.

Sabato 3 febbraio il Castello Estense di Ferrara ha aperto al pubblico la mostra "La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell'Arca a Gaetano Previati. Tesori d'arte per Ferrara." 130 opere tra dipinti e sculture, dall'inizio del Quattrocento alla metà del Novecento, raccolte in circa quaranta anni di collezionismo di Vittorio Sgarbi unitamente alla madre Caterina "Rina" Cavallini. Elisabetta Sgarbi, durante la conferenza stampa, ha voluto che questa mostra raccontasse, nel luogo più rappresentativo della città di Ferrara, non solo la storia di una straordinaria impresa culturale, ma anche quella di una famiglia ferrarese che all'arte ha dedicato tutte le proprie energie. La Collezione Cavallini Sgarbi è una mostra promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi in collaborazione con il Comune di Ferrara e sotto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna. L’intervento di Vittorio Sgarbi nella presentazione della mostra ha fatto emergere  il piacere del suo collezionare partendo già dal 1976 con un singolare arricchimento di una biblioteca, già incentivata dal padre con la collana “rossa” della BUR, con trattati, guide e storie locali, databili dal 1503 al 1898, per arrivare in seguito a collezionare quadri e sculture; ciò “poteva essere più divertente che possedere il libro più raro… la caccia ai quadri non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile”. Nel saluto Dario Franceschini fa emergere come la casa-farmacia di Ro Ferrarese sia una sorta di Vittoriale dannunziano; racconta di aver visto opere in tutte le stanze, compresa la stanza da letto del capo famiglia Giuseppe per nulla infastidito dell’intruso che gli aveva interrotto il riposo. Elisabetta Sgarbi, nonostante sia la curatrice della rassegna, ha palesato il ruolo marginale nel management collezionistico della madre e del fratello. “Figlia ti voglio scrittrice e casalinga” come recita l’iscrizione sulla maiolica policroma di Andrea Parini, invece diviene coordinatrice di un progetto straordinario ed editrice con La nave di Teseo del prestigioso catalogo della mostra, che vanta un ricco apparato bio- e bibliografico, nonché schede meticolosamente precise; parecchie di queste redatte dal noto critico ferrarese Lucio Scardino. Le sale del Castello Estense si aprono su un capolavoro del Rinascimento italiano, il San Domenico in terracotta modellato nel 1474 da Niccolò dell'Arca per seguire con pittori ferraresi: Giovanni Battista Benvenuti detto l'Ortolano, Nicolo Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo e della “scuola ferrarese” del XVII sec. Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare Venturini, Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti e Carlo Bononi reduce dalla appena conclusa retrospettiva ai Diamanti. Nell’esaustivo commento che ha fatto Vittorio Sgarbi su tutte le opere in mostra, un tour che l’ha impegnato per l’intero pomeriggio affascinando i presenti, non ha trascurato la procace Cleopatra di Artemisia Gentileschi, né un divertente commento all’allegoria del tempo di Guido Cagnacci. Compiaciuto ha sfoggiato il Ritratto di Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, esposto per anni al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas. A concludere lo straordinario percorso critico sulle opere a tema sacro, allegorico e mitologico con maestri della scuola veneta, emiliana, lombarda, romana, toscana Vittorio Sgarbi è ritornato ai protagonisti dell’Ottocento e Novecento ferrarese: Gaetano Previati, Giovanni Boldini, Filippo de Pisis, Giuseppe Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema, Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani, Arrigo Minerbi. Davanti alla sconcertante Crocifissione di Gaetano Previati ha messo in risalto l’esecuzione del soggetto sacro diacronico; significativa la particolare sensibilità di Ulderico Fabbri, un artista considerato tra i minori, per una tragedia dell’alluvione del Po: la terracotta sottolinea l’accorato recupero del corpicino neonato dalle onde del fiume. Vittorio Sgarbi ha svelato un’immagine intima, compiaciuto di mostrare come Cornelia i suoi gioielli. Un incontenibile orgoglio nel rendere pubblica la sua collezione privata. Ha palesato una finalità nobile, non egoistica, né privatista del collezionista, ma il desiderio di rendere compartecipi quanti vorranno abbeverarsi in tanta arte e condividere nel contempo l’amore per il bello, non desueto tra gli amanti della cultura. Soffermandosi a disquisire sulle opere, una dopo l’altra, senza tralasciarne alcuna, ha rapito l’attenzione dei presenti per un intero pomeriggio. Non ha perso la verve con un’aneddotica pregna di sentimenti familiari quando, spossato si è seduto sulla poltrona del padre, accanto alla sorella Elisabetta, ha proferito “ora siamo rimasti noi due”. Momento di laica religiosità rivolto  alle figure parentali scomparse che in un contesto già carico di emotività ha tolto a Vittorio la patina di un cinismo d’immagine. Ha in seguito accarezzato con lo sguardo e le parole l’esiguo, ma significativo, campione di libri in mostra: la tacita rivelazione emotiva dell’accaparramento dello scibile. Credo di aver intuito che il collezionismo di Vittorio è lungi dall’essere un mero accumulo privato, ma raccolta da esibire; quindi un collezionismo pubblico, inusuale per mala tempora. Alla stregua della Dea di Morgantina che ritorna nei luoghi d’origine sulle rive del lago di Pergusa, per analogia anche la raccolta Sgarbi doveva stabilirsi ad appagarsi nell’humus della città metafisica. Le stesse opere rifulgono di maggior splendore nei luoghi d’origine; c’è un legame cromosomico con la terra che le ha generate: Boccaccio Boccaccino, rifugiatosi a Cremona dopo l’uxoricidio, è inequivocabilmente ferrarese; la terra natia, lungo l’Eufrate padano, disegna inconfondibili  fisiognomiche, posture, pennellate e colpi di scalpello: Tesori d’arte per Ferrara. Parallela alle opere esposte, come il un binario, la galleria dei ritratti di famiglia, degli spiriti artistici: un percorso d’affetti che conclude la rassegna con la stanza dei giochi: il cavalluccio di legno, il bambolo grande, l’automobilina di latta; il recupero di attaccamenti gozzaniani, intimi, che segnano la prima collezione del cuore.
Vincenzo Baratella





giovedì 25 gennaio 2018

Cinque grandi incisori allo Studio Arte Mosè in Mnemosine


COMUNICATO STAMPA



GRAFICA DI CULTURA

Rassegna grafica

Studio Arte Mosè di Rovigo, Via Fiume,18

dal 03 al 22 febbraio 2018



Curatore  Vincenzo Baratella



Ricerca allestimento prof.ssa Emanuela Prudenziato



Sabato 03 febbraio 2018 alle ore 18,00 lo Studio Arte Mosè di Rovigo presenta la rassegna di opere grafiche grazie alla ricerca della prof.ssa Emanuela Prudenziato presso collezionisti e gallerie; un importante appuntamento con cinque prestigiosi rappresentanti dell’arte del Novecento:



Ugo Attardi nasce il 12 marzo 1923  a Sori, presso Genova, da genitori siciliani. L’anno seguente la famiglia si trasferisce in Sicilia. A Palermo frequenta il liceo artistico; in seguito s’iscrive alla Facoltà di Architettura che non può frequentare a causa della guerra. Nel 1945  su invito dell’amico Pietro Consagra si trasferisce a Roma, dove comincia l’attività di pittore insieme ad altri giovani artisti (Carla Accardi, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Concetto Maugeri, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato) dà vita al movimento Forma 1. Negli anni 1952-54 partecipa alla Biennale di Venezia. E’ uno dei promotori del gruppo Il Pro e il Contro. Nel 1970 pubblica il romanzo L’Erede selvaggio. Dal Settanta al Duemila numerose sono le rassegne alle quali partecipa. Il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi gli conferisce la Medaglia d’Oro per l’alto valore del suo lavoro artistico. Si è spento a Roma la notte di giovedì 20 luglio 2006. In mostra sono presenti quattro acqueforti “gli amori ferraresi” che sottolineano uno dei temi cari all’artista: il filo di congiunzione nell’amore tra erotismo e violenza.

Emilio Greco nasce a Catania l'11 ottobre 1913. A tredici anni, in seguito a una malattia del padre, dovette lasciare la scuola per lavorare nella bottega di uno scultore di monumenti funerari, dove impara a sbozzare il marmo e modellare la creta. A vent'anni espone al Circolo Artistico di Catania; fra gli anni '30 e '40 completa la sua preparazione frequentando l'Accademia di Belle Arti di Palermo.  La fama lo induce a una grande produzione di terrecotte, sculture in marmo, ritratti, incisioni e disegni. Nel 1955 ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Napoli, dove insegnerà fino al 1967. Muore a Roma il 4 Aprile del 1995. Lo Studio Arte Mosè ospita due incisioni degli anni Settanta in cui l’artista comunica, attraverso il tratteggio, la sensibilità per l’arte classica.

Luigi Marcon è nato a Tarzo nel 1938. Apprende l’arte di incidere a Venezia, prima all’Istituto d’Arte con Dalla Zorza e Dinon, e in seguito presso il Centro Internazionale della Grafica con Licata. Dal 1960 partecipa a molte rassegne di grafica nazionali ed internazionali conseguendo vari riconoscimenti; allestisce numerose personali in Italia e all’estero. Per molti anni si è dedicato pure all’insegnamento della calcografia. E’ autore inoltre del francobollo “ 800 Jahre Landshut "emesso in Germania nel 2004. Opera ed espone in permanenza a Vittorio Veneto. Nella rassegna sono presenti quattro acqueforti di straordinaria perfezione tecnica e incomparabile poesia. Sono da menzionare gli scorci di Rovigo, realizzati espressamente dall’artista per lo Studio Arte Mosè. Nella sua principale attività,  oltre che pittore,  ha realizzato  con le tecniche  calcografiche oltre 6.000 matrici. Ne esegue personalmente la stampa con torchio a stella.

Girolamo Battista Tregambe nasce a Brescia il 14-7-1937. Dopo circa trent’anni di esperienza pittorica, ha iniziato a incidere nel 1981, praticando di preferenza la tecnica dell’acquaforte; ha all’attivo oltre duecento lastre. Ha stampato presso la stamperia Linati di Milano e presso la Scotti di Fornovo San Giovanni (Bergamo). Le sue acqueforti sono presenti presso la Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli di Milano, nel Gabinetto delle stampe antiche e moderne del Comune di Bagnacavallo (RA), nella raccolta di stampe Adalberto Sartori di Mantova, nel Museo della Grafica del Comune di Ostiglia (MN), nel Museo “Le due matrici” di Modica (RG). Dopo una lunga malattia si spegne la notte di Pasqua a Botticino il 5–4-2015. La galleria di Rovigo conserva dell’artista l’amicizia, il calore umano e la sensibilità uniche. Nella rassegna si ammirano opere dalla meticolosa cura dei particolari e dall’ineguagliabile poesia.

Antonio Zancanaro, più noto come Tono, nasce il 6 aprile 1906 da famiglia contadina benestante.  Frequenta l’Avviamento Commerciale. Dopo il servizio militare, dal 1929 lavora come impiegato di banca fino al 1932. Frequenta lo studio fiorentino di Ottone Rosai. Rifugge l'ambiente clericale per seguire la politica del Partito Comunista Italiano. La frequentazione degli ambienti antifascisti fa nascere i disegni del Gibbo. Resterà ammaliato dalla Sicilia ispiratrice delle Selinuntee e delle Maselinuntee. Seguiranno altre muse: Circi, Brunalbe, Brunanotte, Enrichee, Imere, Aelle, Leopardiane,  Poppee, Foscariane.  Le mondine e l'alluvione polesana ispireranno numerose tavole. Nel 1952 scopre la ceramica e la terracotta, iniziando un nuovo proficuo filone parallelo al disegno e all’acquaforte. Si spegne a Padova il 3 giugno 1985. In mostra sono esposti quattro incisioni  degli anni Sessanta con scorci cittadini.



Le opere presenti in mostra saranno illustrate e nel dettaglio tecnico sia nel contesto storico della realizzazione dal curatore prof. Vincenzo Baratella.





La mostra, a ingresso libero, sarà visitabile:

dal 03 al 22 febbraio 2018 tutti i giorni feriali

dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30


venerdì 1 dicembre 2017

Mosè Baratella, il pittore del Canal Bianco. di Graziella Andreotti in Mnemosine




Mosè Baratella, il pittore del Canal Bianco.

di Graziella Andreotti
“Studio Arte Mosè” è la galleria che Vincenzo Baratella ha voluto dedicare al padre Mosè e che gestisce assieme alla moglie Emanuela Prudenziato, cugina del pittore Angelo Prudenziato, nel comune amore per l’arte. Unica galleria a Rovigo ad avere il coraggio di proporre ogni mese giovani artisti sconosciuti accanto a chi la fama l’ha già conquistata.
Mosè Baratella (Pontecchio Polesine 17 novembre 1919 – Rovigo 23 aprile 2004) lo conobbi alla fine dei mitici anni Settanta, quando entrai a far parte del Gruppo Autori Polesani, fondato dal commediografo Miro Penzo. Il gruppo molto vivace era riuscito a raccogliere poeti, scrittori, storici, pittori, giornalisti, librai, giovani e meno giovani, molti esclusi dal gotha della cultura rodigina ma anche accademici dei Concordi e storici della Minelliana nascente. Succedeva così che i pittori offrissero le proprie tele per premiare i poeti. A distanza di tempo, sfogliando le pagine del periodico “Autori Polesani”, affiorano le firme di grandi figure accanto a giovani in erba scomparsi dalla scena.
Mosè Baratella era stato coinvolto dal poeta Alberto Marzolla, compagno di classe alle elementari e poi partigiano internato nei campi in Germania. Faceva parte di questo movimento di autori polesani e veneti, pur tenendosi in disparte.
Baratella era un grande artista, che aveva dedicato tutta la vita alla pittura, alla scultura e alla grafica, riconosciuto e stimato fuori ma non negli ambienti chiusi e ristretti della sua città, dove a dominare erano i professori di disegno. Erano gli anni di Angelo Prudenziato, di Gisella Breseghello, di Edoardo Chendi, di Osvaldo Forno, di Gabbris Ferrari, di Beppe Giuliani, di Ilario Bellinazzi. Lo scultore Virgilio Milani, dopo aver lasciato tante terrecotte e sculture in marmo e in bronzo, moriva nel 1977. Rimaneva Cesare Zancanaro con le sue opere in ferro, rame e argento. Paolo Gioli, fotografo sperimentale, pittore e regista, ospite di Milani fin dalla giovinezza nella casa di Viale Trieste, tentava l’America, Roma, Milano, Venezia. Ora vive in romitaggio con moglie e gatti nella campagna di Lendinara sotto l’Adige. Forse l’unico noto nell’ambito delle biennali veneziane, è sconosciuto al grande pubblico polesano.
Mosè Baratella non poteva lasciare come Gioli le atmosfere nebbiose della sua città. Il lavoro, la famiglia, la moglie gelosa di tutti quei ritratti femminili erano una prigione per i voli della sua arte.
Il figlio Vincenzo ricorda un calcio dato dal padre a un ritratto che rappresentava una signora in costume da bagno, incontrata sul lago di Como, con la quale c’era stato anche un rapporto epistolare ma forse nulla di più. Quel calcio sacrilego aveva procurato uno strappo alla tela ma aveva portato la pace in famiglia.
Una dolce signora di Rovigo racconta gli incontri con Mosè, presso la libreria Spaziolibri di Giolo Cattaneo, a parlare d’arte, a godere con lui delle opere terminate la notte prima.
Alcuni dei suoi dipinti sono stati attribuiti a un pittore di fama internazionale – ma di quel pittore è stato aggiunto solo il nome - e Mosè ha fatto in tempo a subire questo ennesimo affronto. Ne vide uno – a pochi anni dalla morte – in una grande mostra allestita a Rovigo. Borbottò qualcosa ma non reagì, – com’era nel suo stile. Forse malinconia o forse finalmente grande approvazione in un’identità rubata.
Sono migliaia le opere di Baratella. Impossibile contare quelle presenti nelle case. Ogni tanto si incontra qualcuno, felice di possedere una natura morta, un ritratto, un paesaggio, un olio, un gessetto, una matita di Mosè.
Era consapevole del valore delle sue creazioni, ma si sentiva incompreso come Ligabue, si sentiva – a torto – inferiore agli accademici. Qualche centinaio gli autoritratti nei quali Baratella si rappresenta, spesso con le sembianze di Ligabue. Un'ossessione non momentanea ma lunga negli anni, affidata a cromatismi vivaci e intensi, a deformazioni formali provocanti, a occhi tristi e stralunati, a bocche spalancate, per esprimere un'inquietudine mai sopita, un grido di dolore e di rabbia, un'amarezza che lo faceva diventare Ligabue, Munch, Van Gogh, Napoleone, Beethoven, re, sultano, ciclista, corsaro, gallo, aquila, lepre.
Padrone di mezzi e tecniche, succedeva che amici pittori ricorressero a lui per completare una mano o un occhio che non venivano. Mosè acconsentiva e non chiedeva nulla.
Studiava, leggeva libri d’arte, conosceva tutto dei grandi pittori del passato. Assiduo frequentatore delle biennali, ha interpretato le correnti del Novecento, creando lo stile di Mosè.
Uomo del proprio tempo, è passato dalla pittura en plein air, con angoli cittadini e paesaggi polesani, alle nature morte, ai ritratti, agli autoritratti, alle rappresentazioni del periodo del dissenso, alla serie “le piazze d’Italia” fino alla Maternità, un olio del 2003, a pochi mesi dalla morte. Negli ultimi decenni del Novecento, abbandonando la pittura accademica da cavalletto e da atelier, si apre ai temi sociali, alle battaglie sindacali, alle contestazioni. E la sua reazione al passato esplode in soggetti nuovi, in linee e tonalità che esprimono il divenire di una cultura in rapida evoluzione. Quadri che avrebbero trovato degna collocazione solamente nella dimora di Peggy Guggenheim a Venezia.
L’opera di Mosè cerca ora finalmente grandi spazi per essere goduta e apprezzata: un intero Roncale, un Roverella. Ma Rovigo non è cambiata.

Mosè teneva in casa rotoli di tela per tagliare ogni giorno il pezzo necessario. Costretto spesso a usare l’olio sulla carta – costava meno di una tela - per non rinunciare alla prorompente vena creativa. Vendeva o svendeva per pagarsi le sigarette Astor, i colori, le tele, le cornici, senza intaccare il suo modesto stipendio di impiegato. E dopo il lavoro, a sera, sempre per arrotondare, a dipingere madonnine per i devoti.
A vederlo sembrava la persona più tranquilla ma, con il suo atteggiamento sornione, aveva dato filo da torcere ai gerarchi fascisti. No, il sabato fascista non era per lui: non voleva né sfilare né cantare Giovinezza, Faccetta nera o La sagra di Giarabub. Preferiva il silenzio della guardina dei carabinieri a Polesella. A sera, era già a casa.
Negli ultimi decenni di vita lo si poteva incontrare in piazza Vittorio Emanuele II, non alto, elegante, il cappello a larga falda, un Panizza di paglia di riso d’estate o un Borsalino di feltro d’inverno, la sigaretta in mano, poche parole, due grandi occhi azzurri e un fascio di tele o di disegni in una cartellina o arrotolati sotto il braccio per l'approvazione degli amici o di qualche acquirente.
Se lasciava la casa di via Viviani, appena fuori le mura, passato il Volto di San Bortolo, lo faceva per raggiungere la quiete della campagna con il poeta Alberto Marzolla, con il professor Alfredo Turolla e con gli amici di Pontecchio e Bosaro nella vecchia casa lungo il Canal Bianco. E qui fu incantato da due lavandaie, la Pina e la Renata Filippi, che sciacquavano i panni nelle acque che bagnavano la Campagna Grande – ora del conte Valier - che dipinse più volte negli anni Cinquanta e che riprodusse negli anni Ottanta. Il figlio Vincenzo conserva una foto scattata dal fratello delle Filippi con lo stesso soggetto.
Vincenzo sta cercando di rendere giustizia alla produzione abbondante e poliedrica del padre negli spazi della sua galleria, ritrovo di artisti veneti, friulani, toscani, lombardi, emiliani, marchigiani, romani. Qui sono passati in molti, pittori e critici d’arte. Alcuni, come Raimondo Lorenzetti e Toni Zarpellon, hanno avuto l’onore della Biennale; Vico Calabrò ha illustrato i canti di Bepi De Marzi; altri sono scomparsi ma sempre vivi e presenti nelle loro opere conservate presso grandi pinacoteche.
Qui si incontrano artisti, storici, poeti, giornalisti, musicisti, polesani e non polesani, per parlare d’arte e di cultura. Si può dire che lo Studio Arte Mosè abbia preso il posto dello studio di Antonio Romagnolo, storico e critico d’arte, quando era direttore della pinacoteca dell’Accademia dei Concordi. La vera accademia, il vero gotha rodigino è qui nel colore e nelle suggestioni dell’arte, nell’amore e nella gioia che Vincenzo ed Emanuela sanno trasmettere. Finalmente un luogo in cui si può ancora parlare d’arte, a tu per tu con l’artista. E da qualche mese è entrata anche la musica con il maestro Pajarini ad allietare le vernici.
L’ospitalità di Vincenzo e della moglie Emanuela era riuscita a conquistare persino la ruvida scorza di Gian Antonio Cibotto. Fino a qualche anno prima della morte, lo scrittore rodigino, dopo un saluto alla Madonna di Pompei nella chiesetta delle Fosse, amava trascorrere i pomeriggi in affabile conversazione sul divano della galleria, a pochi passi dalla sua villa in Viale Trieste. Allora si scioglieva nei ricordi del periodo romano, da Guttuso a Picasso, da Visconti a Fellini. Quel Cibotto che a Leo Longanesi, che gli chiedeva di ristampare Cronache dell’alluvione, aveva risposto: “Mi consideri estinto”. (Copyright  Graziella Andreotti) 

Mosè Baratella; sotto alcuni autoritratti e opera.