martedì 18 giugno 2019

Né Altra Né Questa La sfida al Labirinto in Mnemosine

Né Altra Né Questa    La sfida al Labirinto

Padiglione Italia Arsenale. 58^ Biennale Arte 2019
Venezia 11.05-24.11.2019
Né Altra Né Questa    La sfida al Labirinto
A cura di  Milovan  Farronato
Da sempre il termine labirinto, coniato dai Greci per definire l’architettura cretese, ha rappresentato una sfida  in termini reali e psicologici; l’intrico di sentieri ripreso dai giardinieri italiani per  la realizzazione  di  elaborati, ordinati giardini per il divertimento dei signori  di ville palladiane tra 400-500 a rappresentare la capacità umana di saper risolvere enigmi, problemi matematici, il gusto dell’inatteso, dell’originale, imprevisto. Nel tempo il concetto e la realizzazione del labirinto sono diventati parte integrante dell’esistere quotidiano; ci si perde, ma si può ritrovare la strada giusta, si può costruire qualcosa di nuovo, di sconosciuto. Così Venezia è la concretizzazione architettonica del labirinto che nei secoli ha affascinato e ispirato l'immaginazione di notevoli personalità, tra i quali è degno di essere riportato in questo contesto, Italo Calvino, uno dei più grandi labirintologi contemporanei a detta del matematico Pierre Rosenstiehl. “Venezia, indiscusso centro cartografico del Rinascimento, viene descritta da Calvino come un luogo in cui le carte geografiche sono sempre da rifare dato che i limiti tra terra e acqua cambiano continuamente, rendendo gli spazi di questa città dominati da incertezza e variabilità.” Enrico David (Ancona, 1966), Chiara Fumai (Roma, 1978 - Bari, 2017) e Liliana Moro (Milano, 1961)  significativi artisti italiani interpretano il pensiero di Calvino in "La sfida al labirinto", saggio del 1962, a cui Né altra Né questa si ispira. L’idea della mancanza di punti fermi nella  nostra esistenza viene  visualizzata  da Calvino attraverso l’elaborazione della metafora del labirinto:  tutto ciò che ci circonda  sembra  un intrico  indecifrabile in realtà  è costruito secondo un criterio ben preciso. Allo stesso modo Né Altra Né Questa  propone  una tipologia espositiva di libera interpretazione da parte dello spettatore che diventa parte attiva del percorso nel momento in cui  valuta, decide  senza problemi  la sua osservazione  della mostra; non esiste  l’itinerario corretto o sbagliato, il visitatore interpreta, valuta il suo viaggio all’interno dello spazio espositivo proposto.  Emanuela Prudenziato


Il senso dell'infinito secondo Impero Nigiani in Mnemosine

Il senso dell’infinito
secondo

Impero Nigiani
dal  08/06/19  al 25/06/19 allo Studio Arte Mosè 
Una mostra straordinaria, tematica, itinerante. Prima tappa a Rovigo allo Studio Arte Mosè, con inaugurazione sabato 8 giugno alle ore 18; in settembre a Firenze e a Novembre si stabilisce a Recanati. E’ lo sposalizio artistico tra Impero Nigiani e Giacomo Leopardi; il dipinto si unisce alla poesia: un ponte tra la pittura colta e i versi eruditi. Il senso dell’infinito è un corpus di quindici lavori ad olio, otto disegni e cinque incisioni. Impegnativo nel dispendio temporale, ma assai più complesso sotto il profilo contenutistico, che offre un ampio apporto didattico oltre la notevole valenza artistica. Con questa produzione Nigiani ritorna a sommare qualità di gusto e conoscenza dell’argomento trattato; esibisce la freschezza tonale e il tratteggio deciso nella grafica come all’epoca della sua illustrazione-interpretazione dei testi di Dante, di Ovidio e recentemente di Cervantes. Impero Nigiani, nato a Incisa Valdarno nel 1937, vive a Firenze. L’incessante attività artistica annovera numerose personali, innumerevoli collettive e presenza delle sue opere in prestigiosi musei nazionali, europei e mondiali. Giorgio di Genova lo inserisce nella “Storia dell’arte italiana del ‘900”. Aderisce al Manifesto artistico “Foto di gruppo” presentato da Pier Carlo Santini. Nella mostra di Via Fiume apre la scena sul “natio borgo selvaggio” dove la torre antica è unica eccezione coeva al poeta nel paesaggio volutamente contemporaneo. L’ermo colle, piantumato di vigneti e girasoli, ha una sorprendente attualità con un’urbanizzazione linda, lineare; in primo piano il piccolo Giacomo, ritratto con sorprendente ironia coi boccoli e abbigliamento del ventennio nel dì della festa, svela “un non so che di sospiroso e serio”, profetizzando un’esistenza melanconica, priva di sollazzo e riso, dedita principalmente alla cultura. Esaustiva è l’interpretazione della fornita biblioteca leopardiana, rifugio e galera. Nigiani fa spiccare il clima museale dello studiolo con le sudate carte sul tavolo, i libri dei classici-latini greci, l’austerità dei luoghi e l’opprimente senso di costrizione. Il verone del paterno ostello è aperto al perpetuo canto di Teresa Fattorini; Nigiani interpreta eccezionalmente gli umori del poeta, anche nelle pulsioni amorose con l’infatuazione per Aspasia. In mostra: opere dalle quali si evince l’erudizione di Nigiani per il periodo storico in cui visse il grande recanatese, per i protagonisti della cultura e della politica. La Natura e la luna sono le costanti nei dipinti del fiorentino allo scopo di sottolineare alcuni dei peculiari elementi fondanti della poetica di Giacomo. La rassegna chiude con l’olio Oggi; un epilogo che sottolinea l’odierna mentalità refrattaria alle spinte emozionali della poesia: la luna che rischiara due baldi giovanotti “fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua”. Queste opere di Nigiani, raffinate nell’esecuzione, incisive nel realismo seducente della narrazione, sono cariche di trasporto emotivo proprio quello che dà il senso dell’infinito. La rassegna, a ingresso libero, sarà visitabile: dal 08 al 25 giugno 2019 tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30 [V.B.]
L'artista Impero Nigiani

PADIGLIONE DEL PERÙ 58^ esposizione internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia 2019 in Mnemosine

PADIGLIONE DEL PERÙ

58^ esposizione internazionale d'Arte - 
La Biennale di Venezia 2019. 11 maggio-24 novembre 2019
Trans Tropicalia di Christian Bendayàn
Curatore del padiglione del Perù alla Biennale 2019 di Venezia è Gustavo Buntinx a presentare l'opera dell'artista Christian Bendayàn. La proposta fu vincitrice nel concorso pubblico nazionale promosso lo scorso anno (2018) dal Patronato Cultural del Perù e supportato dal Ministerio de Cultura. "Indios antropófagos" è essenzialmente un paradosso: “un'esplorazione post-concettuale del travolgente impatto sensoriale della cultura amazzonica su certi orizzonti (neo) barocchi dell'arte peruviana”. Christian Bendayàn è uno dei protagonisti nell’interpretazione dell’occidentalizzazione della cultura tropicale. Dalle sue opere attiva nello spettatore le pulsioni anticonvenzionali; una messa in scena delle ambiguità interpretative sui nativi della jungla amazzonica. Questi furono troppo esotizzati nel ventesimo secolo dalla pubblicità occidentale e nella fattispecie dalle cartoline che davano risalto ad aspetti tali da far scaturire fantasie libidiche. La esasperata proiezione di Bendayàn, secondo quanto era nell’inconscio dell’occidente, fa dell’ingenuità dei nativi dell’Amazzonia un'operazione resa ad alterare i parametri della realtà. Le cartoline dei primi anni del Novecento, secondo l’ottica ancora coloniale, in cui si esacerbava la diversità del primitivo, coprivano con vestiti stratagemma, ali di farfalla, i nudi; altre invece rendevano erotica l'immagine dei corpi con tatuaggi o pittoriche decorazioni corporali. Lo Stato, correo della falsa interpretazione dell’identità di un popolo, con la moraleggiante incursione civilizzatrice, dava un travestitismo ambiguo. Bendayàn acuisce l’interpretazione civilizzatrice e moraleggiante  ponendo il paradosso: fa dei segni distintivi il simbolo di un'identità capace di compiere una metamorfosi: l’indigeno si esibisce come donna-trans, in posa di sensuale adescatrice; l’innocenza reinterpretata secondo l’ottica maliziosa, consumistica, imperialista dell’Occidente. Bendayàn, nella scelta tecnico-comunicativa usa un terzo travestitismo: un transgender storico, urbanistico, la narrazione sulle piastrelle di ceramica. Queste, importate dall'Europa durante la Belle Époque per il loro utilizzo come rivestimento architettonico, rendono esplicita la narrazione ambigua. Bendayàn trasfigura le illusioni di modernizzazione nella loro materialità più pura: piastrelle colorate fanno da sostegno ad allegorie deliranti e monumentali. Nel contesto del padiglione peruviano gli “indiani antropofagi” sono una 'tribù di cannibali' travestiti nel balletto, sfarfallio, edonistico, in cui vengono parodiate le ingerenze culturali degli anni venti occidentali. Significativo il connubio citazionistico tra Otto Michael, un entomologo tedesco e le Trans Tropicalia, ambigue farfalle. La finzione, indubbiamente correlata al vero, tra natura e cultura, incentiva l’artista Bendayàn a formalizzare metafore. La spettacolare rassegna è visitabile nel Pad. Perù,  Arsenale di Venezia, fino al 24 novembre 2019. [Vincenzo Baratella] 


mercoledì 27 marzo 2019

Giostre a Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019 in Mnemosine


Giostre a Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019
Inaugurata a Palazzo Roverella la mostra “Giostre,storie immagini giochi”. L'esposizione rimarrà aperta dal 23 marzo 2019 al 30 giugno 2019. La curatrice è stata Roberta Valtorta; Alessia Vedova ha illustrato le tappe salienti della rassegna. A seguire Mario Finazzi, occupatosi dell'aspetto artistico-pittorico nella mostra del Roverella, esibisce alcuni pittori che hanno interpretato la tematica: Campigli, Balla, Pisa, Berruti, Ventura. Presente alla vernice è stato Stephen Wilks che ha realizzato “Donkey Roundabout", una giostra metaforica, costituita da asini con riferimenti alla letteratura latina: Apuleio, L'asino d'oro, inglese Shakespeare, Bottom ( nome dell’asino) da "Sogno di una notte di mezza estate" e non ultimo alle vicende contemporanei dei migranti. Non manca l'analisi della condizione umana, l'uomo con la testa da morto che ha sulle spalle l'asino: la reminiscenza medievale della danza macabra (di vita-morte, soprattutto la morte come riferimento costante dell'esistenza umana). Altre tematiche della mostra riguardano il tempo, la macchina, il movimento il tutto correlato da scatti fotografici, in particolare sono da notare le opere di Paolo Gioli un'interpretazione del movimento esteriore ed interiore dell'uomo. La giostra spettacolo popolare appartiene alla fantasia, alla felicità di bimbi, ma anche di persone adulte memori dei momenti spensierati dell'illusione, del gioco. Il gioco da sempre specchio delle situazioni di vita. Nell'attività ludica vi sono i ruoli, i momenti più importanti dell'esistenza umana. Pinocchio lavora per sostenere il padre e gira in tondo il bindolo per macinare; ancora una volta il ripetersi della fatica, simulazione del gioco e il gioco simulazione della vita. La visualizzazione, la proiezione del lavoro, della sofferenza nella dedizione a produrre qualcosa di significativo per sé e per gli altri e negli strumenti di ogni attività produttiva come il desiderio di divertimento, di qualcosa di diverso, fantastico che possa esprimere il sogno, la gioia, la contentezza nella capacità di meravigliarsi per un immaginario che si concretizza: la giostra. La giostra ha un movimento rotatorio, torna, ritorna, si ferma e ricomincia con i suoi animali di cartapesta, di legno, di vetroresina (cavalli, asini), simboli della quotidianità dell'uomo. Attraverso essi sulla giostra della vita ci incantiamo nel vedere la rappresentazione di noi stessi, delle nostre ansie, paure che allontaniamo con la fantasia, con un girotondo pieno di luci e suoni che solo una giostra può offrire. Emanuela Prudenziato©

Mario Finazzi, curatore dell'apparato pittorico
Donkey Rounddabout di Stephen Wilks

mercoledì 27 febbraio 2019

Canaletto & Venezia Palazzo Ducale – Venezia – Dal 23 febbraio al 9 giugno 2019 in Mnemosine

Canaletto & Venezia

Palazzo Ducale – Venezia – Dal 23 febbraio al 9 giugno 2019
Canaletto, La Chiesa e la Scuola della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vidal

Eccezionali sinergie, collaborazioni italiane, europee ed internazionali per la straordinaria mostra Canaletto & Venezia. Canaletto è il minuzioso narratore della Venezia del Settecento. Le sue vedute mostrano nei minimi particolari la città d'acqua, superba nel manifestarsi nella grandiosità scenografica. Giovanni Antonio Canal detto Canaletto (Venezia 1697 – 1768) proviene da una famiglia di artisti. Il padre Bernardo e il fratello Cristoforo erano pittori di scenografie, con loro nei teatri veneziani il giovane Antonio fa le sue prime esperienze con colori e scenari, con il padre va a Roma. Tornato nella città natale Canaletto inizia un'intensa attività paesaggistica e la bravura giustifica il successo. Il vedutismo nasce nei primi anni del Secolo, con la pubblicazione nel 1703 della raccolta di oltre 100 incisioni intitolata “Le fabbriche e vedute di Venezia disegnate, poste in prospettiva et intagliate da Luca Carlevarijs”, l'artista che in seguito Canaletto superò nel mondo della committenza. L’incontro e sodalizio con il banchiere Joseph Smith è fondamentale per Canaletto. Smith avvia il veneziano nel panorama artistico internazionale. In questo caso è quasi doverosa una comparazione con Antonio Canova; anch’egli ebbe commissioni in Europa e in America (cito la statua a George Washington, purtroppo distrutta in seguito ad un incendio). Nei salotti di Joseph Smith, e quindi di Canaletto, gravitano diverse personalità che trattano di palladianesimo internazionale, di battaglie illuministe, di filosofia sperimentale. Canaletto vive la stagione dell’illuminismo e si arricchisce di sperimentazioni visive scientifiche per la definizione delle immagini. Venezia nel Settecento è attraversata da contraddizioni complesse. Nonostante abbia perso il monopolio nel Mediterraneo è uno dei centri più cosmopoliti del tempo, vissuta e attraversata da colti mercanti e raffinati collezionisti, libertini (meritevole di menzione Casanova) e viaggiatori stranieri, la Repubblica di Venezia è ancora uno stato importante dell’Italia, all’epoca ancora frazionata. Subisce la stagione delle guerre europee per le successioni e le rivoluzioni; in primis quella del carbone nel Regno Unito e quasi contemporanea la rivoluzione sociale in Francia nel 1789. In questo clima di apparente decadenza le famiglie della nobiltà veneziana dispongono ancora di ingenti ricchezze. Venezia vive quindi l’ultima grandiosa stagione dell’arte, del lusso e delle contraddizioni. A tal proposito significative due opere: “La chiesa e la scuola della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vidal” di Canaletto e “Concerto da camera” IV e V di Marco Ricci. Canaletto va al di là della vedutistica nel focalizzare scene di vita quotidiana del popolo, del terzo stato per dirla alla francese, con il pollo e la filatrice alle finestre e le occupazioni lavorative del proletariato. Sebastiano Ricci invece sostiene i salotti nobili con le relative ostentazioni di una superiorità esistenziale, tra ambiguità e perpetuazione dell’iter esistenziale senza spinte innovative; in effetti nella melensa atmosfera del concerto campeggia la figura di Nicola Grimaldi, il Nicolini con la corpulenta stazza del castrato, come simbolo di una società gaudente, ma in fase decadente. Nel maggio del 1746, a quarantanove anni, Canaletto va a Londra e nonostante le rivalità con i pittori inglesi guadagna da numerose commissioni; una cinquantina di grandi vedute sono la testimonianza del periodo londinese. Rimane in Inghilterra fino al 1755. Rientra definitivamente a Venezia nel 1760 e ivi muore otto anni dopo. La rassegna di Palazzo Ducale ha messo in relazione le opere di Canaletto con quelle degli altri maestri della scuola veneziana. Proprio Tiepolo, contemporaneo di Antonio Canal è l'autore della tela che accoglie il visitatore nella prima sala e rappresenta il Nettuno che offre i doni del mare all'allegoria di Venezia. Il percorso espositivo dà risalto ai fatti e alle immagini, identificabili nella comparazione attuale, scandisce la storia dell'arte in laguna durante tutto il Settecento attraverso la grande pittura, il disegno, l'incisione, le arti decorative, le porcellane. Francesco Guardi e Pietro Longhi spostano lo sguardo sulla città godereccia e carnevalesca. Pastelli di Rosalba Carriera marcano la fisiognomica in due ritratti dalla ostentata nobiltà inglese quasi contrapposti alla ricamatrice e pittrice Giulia Lana ritratta da Giambattista Piazzetta. A Palazzo Ducale sono esposte 25 opere di Canaletto, con alcuni pezzi mai visti a Venezia e prestiti di grande valore da parte di prestigiose collezioni private inglesi. Attorno a queste, un intenso allestimento in 11 sale comprende altri 80 quadri e venti sculture, oltre a una corposa presenza di incisioni e disegni e alla straordinaria esposizione di porcellane, per un totale di oltre 270 pezzi. La porcellana, segreto della Cina per molto tempo, nel Settecento viene riprodotta in Europa secondo lo spirito del rococò con le sue linee aeree, agili, impossibili con altri materiali. Bellotto e Guardi corredano la mostra di preziose immagini della città lagunare. A Venezia nasce l'Accademia, in sintonia con Roma e il resto d'Europa. L’Illuminismo favorisce l’idea dell’arte neoclassica e in tale contesto emerge la figura di Antonio Canova. Nell’ultima sala a Palazzo Ducale si possono ammirare alcuni gessi e il suo bozzetto per il monumento commemorativo a Francesco Pesaro del genio di Possagno. Vincenzo Baratella©
Giambattista Tiepolo, Giove e Danae


lunedì 25 febbraio 2019

“VELE” Antologica di Luigi Marcon in Mnemosine

“VELE”
Antologica di
Luigi Marcon
allo Studio Arte Mosè di Rovigo

dal 02 al 21 marzo 2019
“VELE”
Antologica di
Luigi Marcon

a cura di Vincenzo Baratella
Studio Arte Mosè
dal 02 al 21 marzo 2019


Lo Studio Arte Mosè di Rovigo ospita l’antologica di Luigi Marcon curata da Vincenzo Baratella, amico dell’Artista. Inaugurazione sabato 02 marzo 2019 alle ore 18,00. Una trentina di opere esposte di cui una decina di incisioni e venti oli sull’ultima produzione di Marcon accumunati da affinità tematica. Vele appunto per una mostra diversa, introspettiva, per raffigurare il viaggio interiore dell’andata e del ritorno con il preciso scopo di approdare nel porto sicuro. Una riflessione sulle vele come il mezzo per affrontare il cammino dell’esistenza. Nella proiezione della metafora c’è il desiderio della narrazione del sé; “il coraggio dell’Arte” -titolo dato dall’artista alla grande rassegna dopo il rovinoso incidente in montagna- attiva il desiderio della comunicazione. Luigi Marcon nasce a Tarzo, a pochi chilometri da Vittorio Veneto, nel 1938; apprende l’arte di incidere a Venezia, prima nell’Istituto d’Arte con Dalla Zorza e Dinon, e in seguito presso il Centro Internazionale della grafica con Licata e Simon. Nella pittura e nella ceramica segue il maestro Cillo. Conobbi l’amico e Artista negli anni Ottanta nella galleria rodigina Incontro. Nel terzo millennio è iniziato un sodalizio forte con numerose rassegne presso lo Studio Arte Mosè. L’Artista  trevigiano è noto soprattutto come superlativo grafico. Qualità ineguagliabili rilevano le stampe nell’acquaforte, nell’acquatinta, nella puntasecca, nella ceramolle, in cui s’alternano velature, effetti carboncino, segni decisi quasi a matita grassa, infinitesimali tratti che solo la perizia di chi ha sperimentato e praticato l’incisione per un’intera vita sa palesare. Ha all’attivo una produzione di oltre cinquemila lastre… Ha raffigurato le montagne, i corsi d’acqua, i laghi, i mari, le colline, i paesi, le città, macchie boschive, prati, declivi, castelli e borghi d’Italia e d’Europa. Per citare solo qualche titolo di cartella: Borghi e castelli della Germania, Il virginese e le delizie estensi ferraresi, Bressanone e Novacella, I monasteri d’Italia, I laghi. Le Dolomiti. Le poste tedesche possono con orgoglio esibire un francobollo commemorativo l’ottocentesimo anno dalla fondazione della città di Landshut, assieme ad una sala museale dedicata al Nostro. In mostra allo Studio Arte Mosè, per gentile concessione, sarà esposta l’incisione originale che ha dato vita al francobollo tedesco nominato. La saletta della grafica, spazio in cui Marcon ha consacrato tempo ed energie per esporre ed insegnare l’arte della calcografia è oggigiorno un punto di riferimento, la meta per appassionati ed estimatori. Una triste virata del timone, l’infortunio, ha costretto Luigi a recuperare l’iniziale passione di gioventù: la pittura ad olio; quella che ammirai quarant’anni fa, ora perfezionata con sorprendenti risultati, dovuti alle esperienze maturate. Una ventina di opere, sotto il comune denominatore di “vele”, sfoggia porzioni di paesaggio su cui  campeggiano i corredi dei pescatori, fondamenta pei naviganti; pur nell’esecuzione in studio, gli oli sono il frutto di un incommensurabile insieme di schizzi, di appunti, di taccuini, di realizzate incisioni. In ogni quadro il riscontro fedele al vero, al paesaggio reale che Marcon ha colto durante differenti viaggi e ispirazioni. “Vele” dal tocco deciso, di getto, per marcare le sensazioni, il movimento, le geometrie ed i volumi di terre, lidi, acque, porti, ponti e chiese. E’ pennellata spedita per ostentare l’immediatezza dell’attimo vissuto con sentimento. I contrasti cromatici sono forti all’unisono con la mutevolezza degli stati d’animo. Dieci acqueforti completeranno il percorso espositivo. La mostra in via Fiume, 18 a Rovigo, con ingresso libero, sarà visitabile dal 02 al 21 marzo 2019 tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30
Luigi Marcon
incisione di Marcon, "Porta San Bartolomeo" di Rovigo
Francobollo tratto da incisione di Marcon
Vele in canale, olio di Luigi Marcon.

lunedì 18 febbraio 2019

BOLDINI e la moda ai Diamanti in Mnemosine

BOLDINI E LA MODA
FERRARA - PALAZZO DEI DIAMANTI
DAL 16 FEBBRAIO AL 2 GIUGNO 2019
Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Museo Giovanni Boldini di Ferrara, la mostra "Boldini e la moda" racconta per la prima volta la storia dell'affascinante legame che il pittore ebbe con la nascente industria del fascino e della celebrità. Frutto di un lungo studio che attraverso i documenti ha permesso la ricostruzione della fitta rete di rapporti sociali e professionali dell'artista, la rassegna mostra infatti come Boldini fu capace di farsi interprete della moda del tempo fino a giungere a influenzarne le scelte, al pari di un contemporaneo trendsetter. Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell'epoca mitica - da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode, da Consuelo Vanderbildt alla marchesa Casati - concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour. Colta inizialmente per quel suo essere quintessenza della vita moderna, elemento che lega l'opera alla contemporaneità, la moda - intesa come abito, accessorio, ma anche sofisticata espressione che trasforma il corpo in luogo del desiderio - diviene ben presto un attributo essenziale e distintivo della sua ritrattistica. Grazie ad una pittura che unisce una pennellata nervosa e dinamica all'enfatizzazione di pose manierate e sensuali volte ad esaltare tanto le silhouette dei modelli quanto le linee dei loro abiti - e con la complicità delle creazioni dei grandi couturier Worth, Doucet, Poiret e le Sorelle Callot – Boldini dà vita a una personale declinazione del ritratto di società che diviene un vero e proprio canone, modello di stile e tendenza che anticipa formule e linguaggi del cinema e della fotografia di moda del Novecento. Un percorso suggestivo composto da oltre cento opere mette insieme dunque splendidi dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei suoi colleghi Degas, Manet, Sargent, Whistler, Seurat, Blanche ed Helleu a meravigliosi abiti d'epoca, libri e oggetti preziosi. Ordinata in sezioni tematiche, ciascuna patrocinata da letterati che hanno contribuito a fare della moda un elemento fondante delle poetiche della modernità, da Charles Baudelaire a Oscar Wilde, da Marcel Proust a Gabriele D'Annunzio, la rassegna svela i suggestivi intrecci tra arte, moda e letteratura che hanno segnato la fin de siècle e, evocando la cornice di mondanità, charme e raffinatezza che fece da sfondo alla lunga carriera di Boldini, immerge il visitatore nelle atmosfere raffinate e luccicanti della metropoli francese e in tutto il suo elegante edonismo. (Comunicato Stampa e immagini ESSECI)