martedì 18 giugno 2019

Il senso dell'infinito secondo Impero Nigiani in Mnemosine

Il senso dell’infinito
secondo

Impero Nigiani
dal  08/06/19  al 25/06/19 allo Studio Arte Mosè 
Una mostra straordinaria, tematica, itinerante. Prima tappa a Rovigo allo Studio Arte Mosè, con inaugurazione sabato 8 giugno alle ore 18; in settembre a Firenze e a Novembre si stabilisce a Recanati. E’ lo sposalizio artistico tra Impero Nigiani e Giacomo Leopardi; il dipinto si unisce alla poesia: un ponte tra la pittura colta e i versi eruditi. Il senso dell’infinito è un corpus di quindici lavori ad olio, otto disegni e cinque incisioni. Impegnativo nel dispendio temporale, ma assai più complesso sotto il profilo contenutistico, che offre un ampio apporto didattico oltre la notevole valenza artistica. Con questa produzione Nigiani ritorna a sommare qualità di gusto e conoscenza dell’argomento trattato; esibisce la freschezza tonale e il tratteggio deciso nella grafica come all’epoca della sua illustrazione-interpretazione dei testi di Dante, di Ovidio e recentemente di Cervantes. Impero Nigiani, nato a Incisa Valdarno nel 1937, vive a Firenze. L’incessante attività artistica annovera numerose personali, innumerevoli collettive e presenza delle sue opere in prestigiosi musei nazionali, europei e mondiali. Giorgio di Genova lo inserisce nella “Storia dell’arte italiana del ‘900”. Aderisce al Manifesto artistico “Foto di gruppo” presentato da Pier Carlo Santini. Nella mostra di Via Fiume apre la scena sul “natio borgo selvaggio” dove la torre antica è unica eccezione coeva al poeta nel paesaggio volutamente contemporaneo. L’ermo colle, piantumato di vigneti e girasoli, ha una sorprendente attualità con un’urbanizzazione linda, lineare; in primo piano il piccolo Giacomo, ritratto con sorprendente ironia coi boccoli e abbigliamento del ventennio nel dì della festa, svela “un non so che di sospiroso e serio”, profetizzando un’esistenza melanconica, priva di sollazzo e riso, dedita principalmente alla cultura. Esaustiva è l’interpretazione della fornita biblioteca leopardiana, rifugio e galera. Nigiani fa spiccare il clima museale dello studiolo con le sudate carte sul tavolo, i libri dei classici-latini greci, l’austerità dei luoghi e l’opprimente senso di costrizione. Il verone del paterno ostello è aperto al perpetuo canto di Teresa Fattorini; Nigiani interpreta eccezionalmente gli umori del poeta, anche nelle pulsioni amorose con l’infatuazione per Aspasia. In mostra: opere dalle quali si evince l’erudizione di Nigiani per il periodo storico in cui visse il grande recanatese, per i protagonisti della cultura e della politica. La Natura e la luna sono le costanti nei dipinti del fiorentino allo scopo di sottolineare alcuni dei peculiari elementi fondanti della poetica di Giacomo. La rassegna chiude con l’olio Oggi; un epilogo che sottolinea l’odierna mentalità refrattaria alle spinte emozionali della poesia: la luna che rischiara due baldi giovanotti “fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua”. Queste opere di Nigiani, raffinate nell’esecuzione, incisive nel realismo seducente della narrazione, sono cariche di trasporto emotivo proprio quello che dà il senso dell’infinito. La rassegna, a ingresso libero, sarà visitabile: dal 08 al 25 giugno 2019 tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30 [V.B.]
L'artista Impero Nigiani

PADIGLIONE DEL PERÙ 58^ esposizione internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia 2019 in Mnemosine

PADIGLIONE DEL PERÙ

58^ esposizione internazionale d'Arte - 
La Biennale di Venezia 2019. 11 maggio-24 novembre 2019
Trans Tropicalia di Christian Bendayàn
Curatore del padiglione del Perù alla Biennale 2019 di Venezia è Gustavo Buntinx a presentare l'opera dell'artista Christian Bendayàn. La proposta fu vincitrice nel concorso pubblico nazionale promosso lo scorso anno (2018) dal Patronato Cultural del Perù e supportato dal Ministerio de Cultura. "Indios antropófagos" è essenzialmente un paradosso: “un'esplorazione post-concettuale del travolgente impatto sensoriale della cultura amazzonica su certi orizzonti (neo) barocchi dell'arte peruviana”. Christian Bendayàn è uno dei protagonisti nell’interpretazione dell’occidentalizzazione della cultura tropicale. Dalle sue opere attiva nello spettatore le pulsioni anticonvenzionali; una messa in scena delle ambiguità interpretative sui nativi della jungla amazzonica. Questi furono troppo esotizzati nel ventesimo secolo dalla pubblicità occidentale e nella fattispecie dalle cartoline che davano risalto ad aspetti tali da far scaturire fantasie libidiche. La esasperata proiezione di Bendayàn, secondo quanto era nell’inconscio dell’occidente, fa dell’ingenuità dei nativi dell’Amazzonia un'operazione resa ad alterare i parametri della realtà. Le cartoline dei primi anni del Novecento, secondo l’ottica ancora coloniale, in cui si esacerbava la diversità del primitivo, coprivano con vestiti stratagemma, ali di farfalla, i nudi; altre invece rendevano erotica l'immagine dei corpi con tatuaggi o pittoriche decorazioni corporali. Lo Stato, correo della falsa interpretazione dell’identità di un popolo, con la moraleggiante incursione civilizzatrice, dava un travestitismo ambiguo. Bendayàn acuisce l’interpretazione civilizzatrice e moraleggiante  ponendo il paradosso: fa dei segni distintivi il simbolo di un'identità capace di compiere una metamorfosi: l’indigeno si esibisce come donna-trans, in posa di sensuale adescatrice; l’innocenza reinterpretata secondo l’ottica maliziosa, consumistica, imperialista dell’Occidente. Bendayàn, nella scelta tecnico-comunicativa usa un terzo travestitismo: un transgender storico, urbanistico, la narrazione sulle piastrelle di ceramica. Queste, importate dall'Europa durante la Belle Époque per il loro utilizzo come rivestimento architettonico, rendono esplicita la narrazione ambigua. Bendayàn trasfigura le illusioni di modernizzazione nella loro materialità più pura: piastrelle colorate fanno da sostegno ad allegorie deliranti e monumentali. Nel contesto del padiglione peruviano gli “indiani antropofagi” sono una 'tribù di cannibali' travestiti nel balletto, sfarfallio, edonistico, in cui vengono parodiate le ingerenze culturali degli anni venti occidentali. Significativo il connubio citazionistico tra Otto Michael, un entomologo tedesco e le Trans Tropicalia, ambigue farfalle. La finzione, indubbiamente correlata al vero, tra natura e cultura, incentiva l’artista Bendayàn a formalizzare metafore. La spettacolare rassegna è visitabile nel Pad. Perù,  Arsenale di Venezia, fino al 24 novembre 2019. [Vincenzo Baratella] 


mercoledì 27 marzo 2019

Giostre a Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019 in Mnemosine


Giostre a Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019
Inaugurata a Palazzo Roverella la mostra “Giostre,storie immagini giochi”. L'esposizione rimarrà aperta dal 23 marzo 2019 al 30 giugno 2019. La curatrice è stata Roberta Valtorta; Alessia Vedova ha illustrato le tappe salienti della rassegna. A seguire Mario Finazzi, occupatosi dell'aspetto artistico-pittorico nella mostra del Roverella, esibisce alcuni pittori che hanno interpretato la tematica: Campigli, Balla, Pisa, Berruti, Ventura. Presente alla vernice è stato Stephen Wilks che ha realizzato “Donkey Roundabout", una giostra metaforica, costituita da asini con riferimenti alla letteratura latina: Apuleio, L'asino d'oro, inglese Shakespeare, Bottom ( nome dell’asino) da "Sogno di una notte di mezza estate" e non ultimo alle vicende contemporanei dei migranti. Non manca l'analisi della condizione umana, l'uomo con la testa da morto che ha sulle spalle l'asino: la reminiscenza medievale della danza macabra (di vita-morte, soprattutto la morte come riferimento costante dell'esistenza umana). Altre tematiche della mostra riguardano il tempo, la macchina, il movimento il tutto correlato da scatti fotografici, in particolare sono da notare le opere di Paolo Gioli un'interpretazione del movimento esteriore ed interiore dell'uomo. La giostra spettacolo popolare appartiene alla fantasia, alla felicità di bimbi, ma anche di persone adulte memori dei momenti spensierati dell'illusione, del gioco. Il gioco da sempre specchio delle situazioni di vita. Nell'attività ludica vi sono i ruoli, i momenti più importanti dell'esistenza umana. Pinocchio lavora per sostenere il padre e gira in tondo il bindolo per macinare; ancora una volta il ripetersi della fatica, simulazione del gioco e il gioco simulazione della vita. La visualizzazione, la proiezione del lavoro, della sofferenza nella dedizione a produrre qualcosa di significativo per sé e per gli altri e negli strumenti di ogni attività produttiva come il desiderio di divertimento, di qualcosa di diverso, fantastico che possa esprimere il sogno, la gioia, la contentezza nella capacità di meravigliarsi per un immaginario che si concretizza: la giostra. La giostra ha un movimento rotatorio, torna, ritorna, si ferma e ricomincia con i suoi animali di cartapesta, di legno, di vetroresina (cavalli, asini), simboli della quotidianità dell'uomo. Attraverso essi sulla giostra della vita ci incantiamo nel vedere la rappresentazione di noi stessi, delle nostre ansie, paure che allontaniamo con la fantasia, con un girotondo pieno di luci e suoni che solo una giostra può offrire. Emanuela Prudenziato©

Mario Finazzi, curatore dell'apparato pittorico
Donkey Rounddabout di Stephen Wilks

mercoledì 27 febbraio 2019

Canaletto & Venezia Palazzo Ducale – Venezia – Dal 23 febbraio al 9 giugno 2019 in Mnemosine

Canaletto & Venezia

Palazzo Ducale – Venezia – Dal 23 febbraio al 9 giugno 2019
Canaletto, La Chiesa e la Scuola della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vidal

Eccezionali sinergie, collaborazioni italiane, europee ed internazionali per la straordinaria mostra Canaletto & Venezia. Canaletto è il minuzioso narratore della Venezia del Settecento. Le sue vedute mostrano nei minimi particolari la città d'acqua, superba nel manifestarsi nella grandiosità scenografica. Giovanni Antonio Canal detto Canaletto (Venezia 1697 – 1768) proviene da una famiglia di artisti. Il padre Bernardo e il fratello Cristoforo erano pittori di scenografie, con loro nei teatri veneziani il giovane Antonio fa le sue prime esperienze con colori e scenari, con il padre va a Roma. Tornato nella città natale Canaletto inizia un'intensa attività paesaggistica e la bravura giustifica il successo. Il vedutismo nasce nei primi anni del Secolo, con la pubblicazione nel 1703 della raccolta di oltre 100 incisioni intitolata “Le fabbriche e vedute di Venezia disegnate, poste in prospettiva et intagliate da Luca Carlevarijs”, l'artista che in seguito Canaletto superò nel mondo della committenza. L’incontro e sodalizio con il banchiere Joseph Smith è fondamentale per Canaletto. Smith avvia il veneziano nel panorama artistico internazionale. In questo caso è quasi doverosa una comparazione con Antonio Canova; anch’egli ebbe commissioni in Europa e in America (cito la statua a George Washington, purtroppo distrutta in seguito ad un incendio). Nei salotti di Joseph Smith, e quindi di Canaletto, gravitano diverse personalità che trattano di palladianesimo internazionale, di battaglie illuministe, di filosofia sperimentale. Canaletto vive la stagione dell’illuminismo e si arricchisce di sperimentazioni visive scientifiche per la definizione delle immagini. Venezia nel Settecento è attraversata da contraddizioni complesse. Nonostante abbia perso il monopolio nel Mediterraneo è uno dei centri più cosmopoliti del tempo, vissuta e attraversata da colti mercanti e raffinati collezionisti, libertini (meritevole di menzione Casanova) e viaggiatori stranieri, la Repubblica di Venezia è ancora uno stato importante dell’Italia, all’epoca ancora frazionata. Subisce la stagione delle guerre europee per le successioni e le rivoluzioni; in primis quella del carbone nel Regno Unito e quasi contemporanea la rivoluzione sociale in Francia nel 1789. In questo clima di apparente decadenza le famiglie della nobiltà veneziana dispongono ancora di ingenti ricchezze. Venezia vive quindi l’ultima grandiosa stagione dell’arte, del lusso e delle contraddizioni. A tal proposito significative due opere: “La chiesa e la scuola della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vidal” di Canaletto e “Concerto da camera” IV e V di Marco Ricci. Canaletto va al di là della vedutistica nel focalizzare scene di vita quotidiana del popolo, del terzo stato per dirla alla francese, con il pollo e la filatrice alle finestre e le occupazioni lavorative del proletariato. Sebastiano Ricci invece sostiene i salotti nobili con le relative ostentazioni di una superiorità esistenziale, tra ambiguità e perpetuazione dell’iter esistenziale senza spinte innovative; in effetti nella melensa atmosfera del concerto campeggia la figura di Nicola Grimaldi, il Nicolini con la corpulenta stazza del castrato, come simbolo di una società gaudente, ma in fase decadente. Nel maggio del 1746, a quarantanove anni, Canaletto va a Londra e nonostante le rivalità con i pittori inglesi guadagna da numerose commissioni; una cinquantina di grandi vedute sono la testimonianza del periodo londinese. Rimane in Inghilterra fino al 1755. Rientra definitivamente a Venezia nel 1760 e ivi muore otto anni dopo. La rassegna di Palazzo Ducale ha messo in relazione le opere di Canaletto con quelle degli altri maestri della scuola veneziana. Proprio Tiepolo, contemporaneo di Antonio Canal è l'autore della tela che accoglie il visitatore nella prima sala e rappresenta il Nettuno che offre i doni del mare all'allegoria di Venezia. Il percorso espositivo dà risalto ai fatti e alle immagini, identificabili nella comparazione attuale, scandisce la storia dell'arte in laguna durante tutto il Settecento attraverso la grande pittura, il disegno, l'incisione, le arti decorative, le porcellane. Francesco Guardi e Pietro Longhi spostano lo sguardo sulla città godereccia e carnevalesca. Pastelli di Rosalba Carriera marcano la fisiognomica in due ritratti dalla ostentata nobiltà inglese quasi contrapposti alla ricamatrice e pittrice Giulia Lana ritratta da Giambattista Piazzetta. A Palazzo Ducale sono esposte 25 opere di Canaletto, con alcuni pezzi mai visti a Venezia e prestiti di grande valore da parte di prestigiose collezioni private inglesi. Attorno a queste, un intenso allestimento in 11 sale comprende altri 80 quadri e venti sculture, oltre a una corposa presenza di incisioni e disegni e alla straordinaria esposizione di porcellane, per un totale di oltre 270 pezzi. La porcellana, segreto della Cina per molto tempo, nel Settecento viene riprodotta in Europa secondo lo spirito del rococò con le sue linee aeree, agili, impossibili con altri materiali. Bellotto e Guardi corredano la mostra di preziose immagini della città lagunare. A Venezia nasce l'Accademia, in sintonia con Roma e il resto d'Europa. L’Illuminismo favorisce l’idea dell’arte neoclassica e in tale contesto emerge la figura di Antonio Canova. Nell’ultima sala a Palazzo Ducale si possono ammirare alcuni gessi e il suo bozzetto per il monumento commemorativo a Francesco Pesaro del genio di Possagno. Vincenzo Baratella©
Giambattista Tiepolo, Giove e Danae


lunedì 25 febbraio 2019

“VELE” Antologica di Luigi Marcon in Mnemosine

“VELE”
Antologica di
Luigi Marcon
allo Studio Arte Mosè di Rovigo

dal 02 al 21 marzo 2019
“VELE”
Antologica di
Luigi Marcon

a cura di Vincenzo Baratella
Studio Arte Mosè
dal 02 al 21 marzo 2019


Lo Studio Arte Mosè di Rovigo ospita l’antologica di Luigi Marcon curata da Vincenzo Baratella, amico dell’Artista. Inaugurazione sabato 02 marzo 2019 alle ore 18,00. Una trentina di opere esposte di cui una decina di incisioni e venti oli sull’ultima produzione di Marcon accumunati da affinità tematica. Vele appunto per una mostra diversa, introspettiva, per raffigurare il viaggio interiore dell’andata e del ritorno con il preciso scopo di approdare nel porto sicuro. Una riflessione sulle vele come il mezzo per affrontare il cammino dell’esistenza. Nella proiezione della metafora c’è il desiderio della narrazione del sé; “il coraggio dell’Arte” -titolo dato dall’artista alla grande rassegna dopo il rovinoso incidente in montagna- attiva il desiderio della comunicazione. Luigi Marcon nasce a Tarzo, a pochi chilometri da Vittorio Veneto, nel 1938; apprende l’arte di incidere a Venezia, prima nell’Istituto d’Arte con Dalla Zorza e Dinon, e in seguito presso il Centro Internazionale della grafica con Licata e Simon. Nella pittura e nella ceramica segue il maestro Cillo. Conobbi l’amico e Artista negli anni Ottanta nella galleria rodigina Incontro. Nel terzo millennio è iniziato un sodalizio forte con numerose rassegne presso lo Studio Arte Mosè. L’Artista  trevigiano è noto soprattutto come superlativo grafico. Qualità ineguagliabili rilevano le stampe nell’acquaforte, nell’acquatinta, nella puntasecca, nella ceramolle, in cui s’alternano velature, effetti carboncino, segni decisi quasi a matita grassa, infinitesimali tratti che solo la perizia di chi ha sperimentato e praticato l’incisione per un’intera vita sa palesare. Ha all’attivo una produzione di oltre cinquemila lastre… Ha raffigurato le montagne, i corsi d’acqua, i laghi, i mari, le colline, i paesi, le città, macchie boschive, prati, declivi, castelli e borghi d’Italia e d’Europa. Per citare solo qualche titolo di cartella: Borghi e castelli della Germania, Il virginese e le delizie estensi ferraresi, Bressanone e Novacella, I monasteri d’Italia, I laghi. Le Dolomiti. Le poste tedesche possono con orgoglio esibire un francobollo commemorativo l’ottocentesimo anno dalla fondazione della città di Landshut, assieme ad una sala museale dedicata al Nostro. In mostra allo Studio Arte Mosè, per gentile concessione, sarà esposta l’incisione originale che ha dato vita al francobollo tedesco nominato. La saletta della grafica, spazio in cui Marcon ha consacrato tempo ed energie per esporre ed insegnare l’arte della calcografia è oggigiorno un punto di riferimento, la meta per appassionati ed estimatori. Una triste virata del timone, l’infortunio, ha costretto Luigi a recuperare l’iniziale passione di gioventù: la pittura ad olio; quella che ammirai quarant’anni fa, ora perfezionata con sorprendenti risultati, dovuti alle esperienze maturate. Una ventina di opere, sotto il comune denominatore di “vele”, sfoggia porzioni di paesaggio su cui  campeggiano i corredi dei pescatori, fondamenta pei naviganti; pur nell’esecuzione in studio, gli oli sono il frutto di un incommensurabile insieme di schizzi, di appunti, di taccuini, di realizzate incisioni. In ogni quadro il riscontro fedele al vero, al paesaggio reale che Marcon ha colto durante differenti viaggi e ispirazioni. “Vele” dal tocco deciso, di getto, per marcare le sensazioni, il movimento, le geometrie ed i volumi di terre, lidi, acque, porti, ponti e chiese. E’ pennellata spedita per ostentare l’immediatezza dell’attimo vissuto con sentimento. I contrasti cromatici sono forti all’unisono con la mutevolezza degli stati d’animo. Dieci acqueforti completeranno il percorso espositivo. La mostra in via Fiume, 18 a Rovigo, con ingresso libero, sarà visitabile dal 02 al 21 marzo 2019 tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30
Luigi Marcon
incisione di Marcon, "Porta San Bartolomeo" di Rovigo
Francobollo tratto da incisione di Marcon
Vele in canale, olio di Luigi Marcon.

lunedì 18 febbraio 2019

BOLDINI e la moda ai Diamanti in Mnemosine

BOLDINI E LA MODA
FERRARA - PALAZZO DEI DIAMANTI
DAL 16 FEBBRAIO AL 2 GIUGNO 2019
Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Museo Giovanni Boldini di Ferrara, la mostra "Boldini e la moda" racconta per la prima volta la storia dell'affascinante legame che il pittore ebbe con la nascente industria del fascino e della celebrità. Frutto di un lungo studio che attraverso i documenti ha permesso la ricostruzione della fitta rete di rapporti sociali e professionali dell'artista, la rassegna mostra infatti come Boldini fu capace di farsi interprete della moda del tempo fino a giungere a influenzarne le scelte, al pari di un contemporaneo trendsetter. Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell'epoca mitica - da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode, da Consuelo Vanderbildt alla marchesa Casati - concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour. Colta inizialmente per quel suo essere quintessenza della vita moderna, elemento che lega l'opera alla contemporaneità, la moda - intesa come abito, accessorio, ma anche sofisticata espressione che trasforma il corpo in luogo del desiderio - diviene ben presto un attributo essenziale e distintivo della sua ritrattistica. Grazie ad una pittura che unisce una pennellata nervosa e dinamica all'enfatizzazione di pose manierate e sensuali volte ad esaltare tanto le silhouette dei modelli quanto le linee dei loro abiti - e con la complicità delle creazioni dei grandi couturier Worth, Doucet, Poiret e le Sorelle Callot – Boldini dà vita a una personale declinazione del ritratto di società che diviene un vero e proprio canone, modello di stile e tendenza che anticipa formule e linguaggi del cinema e della fotografia di moda del Novecento. Un percorso suggestivo composto da oltre cento opere mette insieme dunque splendidi dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei suoi colleghi Degas, Manet, Sargent, Whistler, Seurat, Blanche ed Helleu a meravigliosi abiti d'epoca, libri e oggetti preziosi. Ordinata in sezioni tematiche, ciascuna patrocinata da letterati che hanno contribuito a fare della moda un elemento fondante delle poetiche della modernità, da Charles Baudelaire a Oscar Wilde, da Marcel Proust a Gabriele D'Annunzio, la rassegna svela i suggestivi intrecci tra arte, moda e letteratura che hanno segnato la fin de siècle e, evocando la cornice di mondanità, charme e raffinatezza che fece da sfondo alla lunga carriera di Boldini, immerge il visitatore nelle atmosfere raffinate e luccicanti della metropoli francese e in tutto il suo elegante edonismo. (Comunicato Stampa e immagini ESSECI)
 

mercoledì 19 dicembre 2018

Sulle tracce di Antonio Mastropietro di Antonio Scarpone, in Mnemosine

A Rovigo, sulle tracce di Antonio Mastropietro

di Antonio Scarpone


Elio, il Direttore del nostro amato mensile, mi chiese di rintracciare l’eredità che il pittore e scultore Antonio Mastropietro aveva lasciato a Rovigo, dove era nato il 9 novembre 1948, da padre salernitano, di Controne (opera “Paesaggio del Cilento”, foto in basso), e madre leccese.
Passò un po’ di tempo allorquando io e il mio amico Francesco andammo a visitare una mostra di quadri russi ad Adria, “C’era una volta in Russia – Il Realismo Socialista nella pittura sovietica”, molto bella, praticamente la collezione privata di Vittorio Tomasin, del quale mi colpì l’enfasi, la competenza e la pazienza. Qui colsi la palla al balzo: mi decisi, quando ormai aveva esaurito tutte le spiegazioni, a chiedere se, per caso, avesse conosciuto Antonio Mastropietro. Avevo fatto subito centro! Me ne parlò benissimo e mi diede ottime indicazioni su chi avrebbe potuto darmi maggiori delucidazioni intorno alla figura di Mastropietro. Ancora una volta, però, passò del tempo prima che mi dessi da fare per colmare questo vuoto. Quando mi sono finalmente deciso a portare a termine l’impegno preso, mi sono recato da uno dei possibili informatori che mi era stato indicato, ovvero allo “Studio Arte Mosè”: qui ho incontrato il prof. Vincenzo Baratella (alla mia sinistra nella foto sotto), che era stato amico fraterno del Mastropietro, e che ha ancora ben presente la sua figura tanto da definirlo “amico fraterno” e di averne “un ottimo ricordo, amico eccezionale, che, purtroppo, Rovigo non ha più ricordato”.
“Mastropietro era un artista silenzioso, non un gallerista: non amava confrontarsi”, questo anche per “il suo carattere introverso, tutt’altro che loquace, cosa che non lo portò ad avere grandi legami affettivi, al di fuori di quello quasi morboso con sua madre”. Il suo non era un caratteraccio, bensì una difficoltà alla relazione, che troviamo anche in grandi artisti che a una notevole personalità hanno affiancato tormentate vicende esistenziali, come Van Gogh e Ligabue.

Qui Vincenzo spezza, però, subito una lancia in suo favore, con un altro aneddoto che avrà una grande importanza nel saldare la loro amicizia. Tutto ruota proprio intorno a una sua opera, la “Dormiente” (sotto la foto dell’opera), che un facoltoso rodigino voleva acquistare, per la quale l’artista chiedeva un milione (c’era ancora la lira!), mentre questi gli offrì dapprima 800mila lire, quindi 600mila lire al che, stufo di tanto mercanteggiare, Mastropietro rivolgendosi a Vincenzo gli disse “portatela via tu, perché quello è un farabutto!” e da allora è l’opera della sua collezione a cui è più legato (è stata anche l’immagine di copertina del pieghevole della mostra che poi gli dedicherà), oltre a due suoi acquerelli.
Ha lavorato molto a Rovigo, dove aveva aperto il “Circolo artistico l’incontro”, poi trasformato in galleria “L’incontro”, nel Palazzo Dazi, dove sono passati grandi artisti che ancora oggi sono in voga, come il maestro Luigi Marcon, Edi Brancolini (mostre a “Casa Michelangelo” e a “Ca’ Ghironda”), Carlo Zoli (ora negli USA), Vico Calabrò (anche illustratore di testi) e Impero Nigiani. Ed è proprio in occasione dell’inaugurazione di una mostra di quest’ultimo, presso lo Studio di Vincenzo, dal titolo “Don Quijote”, una personalissima lettura dell’artista del “Don Chisciotte”, occasione in cui incontro il famoso critico d’arte Lucio Scardino, il quale mi racconta che l’artista Antonio Torresi, di Firenze, restauratore della pietra dura, fu chiamato anch’egli a Rovigo, nel 1984, dallo stesso Mastropietro, e gli aveva confidato che mai avrebbe immaginato di trovarvi un notevole fermento artistico e questo anche grazie alla galleria “L’incontro”!

Vincenzo conferma, poi, che il Mastropietro, allora, il più delle volte veniva sfruttato, tanto che in quel periodo molte sue opere le svendeva, poiché nessuno le teneva nella giusta considerazione né aveva qualcuno che lo supportasse. Eppure per tutti era il Mastro (come ricordato dalla poetessa Teresina Giuliana Pavan nella sua lirica che gli ha dedicato, poiché in lui “pulsava l’innato germe della creatività” e “un’acuta sensibilità”), il silenzioso signore della porta accanto, e, da accanito fumatore qual era, tutti lo ricordano davanti alla vetrina del suo studio (opera “Lo studio del pittore”, foto sotto).
Ha, però, vissuto anche momenti di grande gloria, come quando le sue opere sono state esposte alla Fiera Arte di Bologna. Diverse sue opere sono state esposte in entrambe le Mostre organizzate dallo stesso Mastropietro e da Vincenzo al “Salone del grano” della Camera di Commercio di Rovigo (opere di oltre 150 artisti), ma poi la Sala fu  dichiarata inagibile e, nonostante il grande successo, la Mostra non fu più riproposta.

Antonio Mastropietro si diplomò all’Istituto “Dosso Dossi” di Ferrara, ma non si specializzò mai per fare l’insegnante. Lui era nato per fare l’artista e viveva per l’arte, a cui dedicava tutto se stesso. Indefesso nonché integerrimo lavoratore, ha praticato tutte le tecniche, pur privilegiando la scultura (amava sintetizzare le figure) e qui Vincenzo racconta un aneddoto: «Quando andavamo alla fornace [a Grignano Polesine] Mastro portava le opere in argilla secca, cruda, per farla cuocere assieme ai laterizi della ditta… La cottura del biscotto (così si chiama) era la stessa sia per temperatura, sia per tempi. Lì alla ditta prelevata argilla fresca, privata da impurità, e per essere tale era stata già lavorata e trafilata, trasformata in bimattoni crudi, i mattoni da costruzione ancora da passare ai forni. La materia, argilla, non costa e gli veniva regalata. Essendo umida, fangosa, malleabile, dovevamo avvolgerla in teli o sacchi di nylon sia per non sporcare il baule, sia per mantenerla fresca da lavorare, per giorni, per mesi… è come fango, limo. Prelevare argilla e portare le opere era questo l’andare e venire. Le sculture da “cucinare” erano asciutte, il “limo” era ben secco altrimenti rischiava di rompersi ad alte temperature. Per ringraziare la ditta sia per l’argilla fresca, sia per la cottura dei lavori, Mastro donava un disegno o una scultura stessa. Era molto generoso». Le sue sculture raffigurano immagini che ricordano le opere marmoree di Henry Moore (sotto un disegno preparatorio di una sua scultura).
“Animo sensibile e gentile, introverso, attore interiore, amante delle avanguardie artistiche”. L’ultimo ricordo di Vincenzo è il fatto che fu inviso a molti, tanto che soleva ripetere “Rovigo mi ha chiuso le porte, mi sento solo” tanto che morì in solitudine il 2 marzo 1996, a soli 48 anni, trovato davanti alla televisione dal nipote Eugenio Malaspina, figlio della sorella.

Il prof. Vincenzo Baratella è stato l’unico a ricordarlo nel decennale della dipartita, con una retrospettiva a lui dedicata, presso il suo Studio (nella foto sotto la prof.ssa Emanuela Prudenziato che presenta alcune opere all’inaugurazione della mostra, il 13 ottobre 2007). Negli ambienti artistici rodigini, comunque, è ancora oggi ricordato per le sue grandi qualità artistiche e questo può essere un vanto per Controne, suo paese d’origine, al quale rimase sempre legato. [Antonio Scarpone.©]